Dopo
Dimmi, dimmi, che vorresti? – Io vorrei essere il cielo. Sarai cielo, sarai cielo e io cielo insieme a te. Dimmi, dimmi, in cosa credi? – Credo solamente in te. E io allora sarò Dio solo per creare te. Dimmi, dimmi, che vorresti? – Io
Dimmi, dimmi, che vorresti? – Io vorrei essere il cielo. Sarai cielo, sarai cielo e io cielo insieme a te. Dimmi, dimmi, in cosa credi? – Credo solamente in te. E io allora sarò Dio solo per creare te. Dimmi, dimmi, che vorresti? – Io
Di tante strade conosciute, di tante frasi risapute cos’è che mi resta non so; delle domeniche di sole piene di noia e di parole cos’è che mi resta non so; e dei tuoi giorni amica mia di solitudine e allegria cos’è che il tempo salverà,
La morte! La morte! La morte che arriva! La morte benigna, la morte cattiva! La morte! La morte! La morte sicura! La morte che dona splendore e paura! La morte che viene con il suo dolore! La morte che è cieca all’odio e all’amore! La
Io sono il foglio di carta sulla strada, che ad ogni soffio di macchina o di camion si erge e grida credendosi una spada: io sono quel foglio di carta e niente di più. Io sono la parola scritta su quel foglio, in un momento
Quello che non dovrebbe essere e che invece è, un gioco assurdo che mi coinvolge e coinvolge te, un arabesco di allusioni e di mezze parole, una continua guerra senza un vincitore, il tuo bisogno stupido di verificarti, provare su di me fino a dove
La tenda, il vetro, si vede solo un filo nero teso tra i muri e dopo il cielo. Un camion passa un po’ più sotto, un suono strano, come un motore che gira a vuoto. I colpi lenti degli operai dentro il mulino battono un
Luna in gennaio, luna bianco neve, freddo spettatore che sa qual è il destino, e sempre nasce, cresce, e poi dilegua lieve: conosce il padre tempo, conosce il suo assassino. Luna in febbraio, luna mascherata, è il primo morto, che risorge e ride, balla la
Le dieci di sera, prima la città e poi pian piano la campagna, luci estive e tu che parlavi in russo o in inglese, e il cielo da poterci scrivere come su una lavagna, le aperture banali e inquietanti di qualche paese. E poi macchie
Io piango il tempo della gioventù, il pino grande sulla piazza in paese, gli amici che non ci sono più, le ore e i giorni, mese dopo mese; io piango il tempo fatto di cristallo, che si è spezzato silenziosamente, non se n’è andato su