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Biografia di Tiziano Sclavi

Creatore di Dylan Dog, Tiziano Sclavi è giornalista e scrittore. Oltre all’intensa attività nel campo dei fumetti, ha al suo attivo oltre dieci romanzi, due dei quali sono diventati film. Uno in particolare, Dellamorte Dellamore, diretto da Michele Soavi, è stato distribuito in molti paesi del mondo (con il titolo The Cemetery Man) e negli Stati Uniti è stato apprezzato da registi del calibro di Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Terry Gilliam.

Sclavi nasce a Broni, in provincia di Pavia, il 3 aprile 1953. Con articoli e racconti collabora a una miriade di riviste come “Corriere dei Ragazzi”, “Amica”, “Salve”, “Corriere dei Piccoli”, “Millelibri”, “Il Giornalino”. Come autore di fumetti, ha creato Altai & Jonson e Silas Finn (disegnati da Giorgio Cavazzano), Agente Allen e Vita da cani (visualizzati rispettivamente da Mario Rossi e da Gino Gavioli). Nel 1982, entra a far parte della redazione Bonelli, per la quale scrive due sceneggiature di Ken Parker (su soggetto di Giancarlo Berardi), alcune storie di Zagor, Mister No e Martin Mystère e crea Kerry il trapper (nel 1983, per i disegni dei fratelli Di Vitto e di Marco Bianchini), Dylan Dog (nel 1986, il personaggio che lo ha consacrato come uno dei maggiori talenti del fumetto moderno) e Roy Mann (1987, illustrato da Attilio Micheluzzi).

Suoi sono i testi di Horror Cico, albo estivo dedicato al simpatico amico di Zagor. Sclavi è stato anche sceneggiatore televisivo, paroliere di canzoni, copywriter pubblicitario e disegnatore. Come romanziere ha scritto, tra gli altri, Film, Tre, Dellamorte Dellamore, Nero., Sogni di sangue, Apocalisse, La circolazione del sangue, Le etichette delle camicie, Non è successo niente, Il tornado di valle Scuropasso.

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Dicono di lui

«A parlarmi per la prima volta di Tiziano, fu una ragazza di poco più giovane che frequentava il suo stesso liceo. Ne fui subito incuriosita: pareva che scrivesse così bene. Decisi di recarmi a casa Sclavi con mia figlia. Suo padre era il segretario comunale del paese. Suonai il campanello e venne ad aprirmi la mamma di Tiziano, che conoscevo di vista, con lui dietro. “Senta, stiamo facendo un giornalino del paese”, le dissi, “sa quelle cose che servono più che altro a radunare gli studenti locali… so che suo figlio scrive”. E lui: “Ah, no! Non ci sto!” “Va bene”, gli risposi io, “l’aspetto sabato”. E sabato venne, collaborò e potei vederlo all’opera, dopodiché diventammo amici. Veniva a trovarci, faceva ridere i miei nipoti e mia figlia… Era delizioso. Strinse amicizia con i ragazzi del circondario. Dovevate vederlo, come correva nei prati accanto a casa mia, con quelle sue lunghe gambe dietro a un gruppo di ragazze, una cinepresa “Super 8” stretta tra le mani: si era messo in testa di girare un film. Di fantasmi, con tutta probabilità. Non l’ho mai guardato, ma devo averlo ancora, da qualche parte.»
Grazia Nidasio - disegnatrice

«Ma come è fatto Tiziano Sclavi? È la prima domanda che ho fatto quando ho lavorato con chi lo conosce, perché davvero Sclavi è un uomo invisibile. Un uomo di cui si legge e di cui si parla e molto perché è riuscito ad inventare cose di cui non si può più fare a meno. Dai vecchi Altai & Jonson, una delle più intelligenti parodie del poliziesco all’americana, fino a Dylan Dog. un vero e proprio archetipo dell’immaginario fantastico. Non puoi non parlarne di Sclavi, è troppo importante, ma allo stesso tempo non l’hai mai visto. Come il Salinger del “Giovane Holden”, grande e invisibile. E forse, a pensarci bene, sta proprio qui il segreto di Sclavi: essere invisibile. Raccontare incubi, sogni e fantasie che sono sue ma nelle quali lui e il suo corpo, quel corpo ingombrante ed egocentrico che hanno tutti gli scrittori, che prima o poi diventa protagonista, si sposta sullo sfondo, si stringe e svanisce, facendo in modo che quei sogni, quegli incubi e quelle fantasie siano sogni, incubi e fantasie di tutti. E allora com’è Tiziano Sclavi? È grande. Ecco com’è.»
Carlo Lucarelli - giornalista, scrittore

«Ho dei dubbi sull’esistenza fisica di Sclavi. Lo incontro due volte all’anno, sempre fra i fumi: a ferragosto nei vapori dell’asfalto, d’inverno nella nebbia più fitta. Sempre a Milano, in centro, soli. È soprattutto una voce: al telefono gli racconto le mie idee, che lui approva o no, e le sceneggiature nascono così, da un filo. Telepatia, certamente.»
Carlo Ambrosini - disegnatore di Dylan Dog

«Se esiste Tiziano? Ogni tanto ho anch’io questo dubbio, eppure qui alla Bonelli diciamo che Sclavi è un genio, non certo nel senso di Michelanghelo o Mozart, ma nel nostro modesto mondo dei fumetti. Sì, un genio del fumetto: eppure è misantropo, misogino, agorafobo, claustrofobo, tuttofobo. Insomma un insocievole che però conosce bene la gente. Come fa? Non lo so. Esiste? Ma sì. Anche se è un mistero.»
Decio Canzio - direttore editoriale della Bonelli (dagli anni ’80 al 2006)

«Lo ricordo come se fosse ieri, il giorno in cui arrivò Tiziano Sclavi. Fu in un ristorante cinese che io e Decio Canzio facemmo la sua conoscenza. E fu anche un colpo di fulmine. Reciproco. Il ragazzo è in gamba, fu il nostro comune pensiero e non ce lo lasciammo sfuggire. Tiziano arrivò da noi e, simulando la più totale umiltà, si dedicò con ardore a tutti quegli interventi minuti e minuziosi che sono croce e delizia di una redazione di fumetti. Scoprii che era anche un giornalista, uno vero. Eppure era così tranquillo e modesto che quasi non lo notavo nemmeno. Nel tempo libero (notti e week-end), dava libero sfogo alla sua fantastica fantasia; scriveva storie per bambini, fumetti divertentissimi su detectives imbranati, romanzi (veri romanzi), perché Tiziano è anche uno scrittore vero.
Un bel giorno, con la sua solita aria d’umiltà (falsa umiltà, come tra breve scoprirete), ci chiese di scrivere qualche sceneggiatura per le nostre serie avventurose (“Zagor” e “Mister No”). Gliene concessi graziosamente il permesso. Tiziano si mise a scrivere, e in breve portò ai nostri personaggi la linfa nuova delle sue idee, della sua bravura, della sua tecnica cinematografica. I lettori notarono con piacere quella ventata di novità stilistica. E io, che da trent’anni scrivevo fumetti, dovetti rinunciare al mestiere acquisito con cui sfornavo quasi senza sforzo decine di tavole guardando la televisione, per mettermi a soffrire, a rincorrere le sue invenzioni stilistiche, a fare i conti con la sua genialità. Una fatica. Quasi quasi mi ha convinto a gettare la spugna. Ma non è finita. L’escalation del modesto giovanotto incontrato per caso al ristorante cinese era destinata a non arrestarsi. Tiziano aveva un asso nella manica. Un nuovo originale, personaggio.
E così, dopo trent’anni di onorata professione, dopo aver edito decine di personaggi e averne inventati una mezza dozzina, il sottoscritto, che prima era noto come l’editore di “Tex Willer”, lo sceneggiatore Guido Nolitta (il mio pseudonimo da fumettaro) e, in qualche raro caso, anche con il suo vero nome Sergio Bonelli, ora è conosciuto soltanto come “quello che stampa Dylan Dog”. Colleghi editori e datori di lavoro in genere: badate bene, se decidete di assumere un ragazzo in gamba incontrato per caso al ristorante cinese. Potreste crescere una serpe in seno. Meditate sul destino di colui che era noto come Sergio Bonelli (“Quello di Dylan Dog, per intenderci”).»
Sergio Bonelli - editore di Dylan Dog

«Ho conosciuto Tiziano Sclavi all’inizio degli anni Settanta, quando, giovanissimo, cominciò a frequentare le mostre di fumetti. Ci salutavamo con cordialità, ma, a dire il vero, non sapevo neppure come si chiamasse, e probabilmente la cosa era reciproca. Nel 1975, mentre lavoravo al “Corriere dei Ragazzi”, lo rividi in redazione con Grazia Nidasio, la più grande autrice italiana di fumetti. Ce lo aveva accompagnato perché voleva segnalarmelo come scrittore molto promettente. La Nidasio ci aveva visto bene: il ragazzo senza nome che avevo conosciuto alle mostre era di una bravura sorprendente. In attesa che il Corriere gli trovasse una collocazione più adatta, gli proposi di scrivere come “ghost” qualche racconto de “Gli Aristocratici”. Tiziano lo fece, e molto bene. Gli offrii di scegliere quale compenso un pagamento in denaro, o una breve vacanza a Parigi. Tiziano scelse Parigi, il che sfata la leggenda secondo la quale non si è mai mosso da Milano o dagli immediati dintorni. Ricordo che io avevo una valigetta in cui tenevo un’altra giacca e un altro paio di pantaloni, mentre lui – che allora indossava esclusivamente una camicia rossa, una giacca nera, jeans e scarpe con le stringhe rosse, più o meno come Dylan Dog – aveva portato un’enorme valigia. Scoprii che al suo interno si celava una gran quantità di camicie rosse tutte uguali, di giacche nere tutte uguali e di scarpe con le stringhe rosse, tutte uguali. Scoprii anche che Tiziano dormiva (dorme?) supino, con le braccia incrociate sul petto, e gli mancava solo una calla per sembrare pronto per la camera ardente; la cosa non mancò di farmi una certa impressione.»
Alfredo Castelli - creatore di Martin Mystère

«Tra di noi, negli anni del “Corriere dei Ragazzi”, il rapporto era molto intenso. Di una bontà e di una intelligenza unica, era un gioco stare con lui. Conservo con molta gelosia dei suoi disegni, che faceva forse per pubblicarli negli inserti dei giochi; sono immagini ripetute, tipo dieci barchette una uguale all’altra, in fila tra loro. Qualche volta, Tiziano veniva a trovarmi a Venezia e portava dei regali costosissimi per i miei ragazzi, che allora erano piccoli. Giocattoli mai visti, tipo aerei che si alzano e si schiantano in volo. I miei ragazzi chiedevano sempre: “Quando arriva zio Tiziano?”. La prima volta che lo feci montare in vaporetto, cominciò a sentirsi male, ma credo che avrà pensato che ne fosse valsa la pena, quando gli ho mostrato, per esempio, la chiesa della Madonna dell’Orto con quadri di Canaletto. L’ho anche portato dov’ero nato io, a Fondamento degli Ormesini. Una volta ho dormito a casa sua, a Pavia; sua madre era una cuoca straordinaria, faceva dei manicaretti buonissimi. Nello studiolo che aveva allora, mi fece ascoltare una serie di canzoni popolari islandesi. Non so se avesse nascosto dei dischi rock da qualche parte, ma questi erano davvero dei rumori disarticolati! Alla fine, fui costretto a comprare un LP di una cantante urlatrice islandese che suonava una strana arpa, una certa Dos Dotttier, se ben ricordo. Posso capire come, ascoltando questi suoni, in seguito sia nato Dylan Dog
Giorgio Cavazzano - disegnatore Disney

«Dylan Dog non è solo un fumetto. A tutti gli effetti lo considero un uomo che esiste veramente. O che è esistito da qualche parte in qualche momento. In questo XX secolo. Una persona che mi ha insegnato qualcosa, come qualcosa mi hanno insegnato Oscar Wilde, William Burroughs, Chet Baker, Andy Warhol, Caruso, Tintin, Bruce Weber, Norman Rockwell e Pasolini. Quindi Dylan che esiste. Dylan Filosofo, Dylan che cucca, Dylan romantico, Dylan impaurito, Dylan che piange, Dylan morto. In Dylan c’è un amico, un fratello, perfino un amante di striscio. Un bravo ragazzo pulito, riflessivo, onesto. Una persona noiosa, se non fosse per i dubbi. Il dubbio è la sua spina dorsale. È accaduto insomma qualcosa di meraviglioso, Dylan di carta si è trasformato in Dylan Uomo che Esiste. Dylan di Carne e Dylan di ossa. Dylan Dog uguale a Tiziano Sclavi. Padre e figlio, figlio e padre. Stesso DNA.»
Graziano Origa - artista, giornalista & fumettista

«Non ho mai letto molti fumetti… Da piccolo leggevo Topolino. Da allora poi, poco altro tra cui proprio Dylan Dog. Ne ho letti alcuni e mi sono piaciuti. L’immaginario che Sclavi ha riversato nella serie e anche l’attenzione che dimostra per i mostri e per i diversi, sono entrambe cose in cui mi riconosco. E poi nelle sue storie c’è sempre ironia, come nei miei film.»
Dario Argento - regista

«Suono alla porta di uno studio, zona Fiera di Milano, in un giorno della primavera dell’86. Qualche ora prima una voce al telefono, di un certo Sclavi, mi chiede un appuntamento con la proposta di collaborare come disegnatore alla serie di un nuovo personaggio. Mi apre una figura inquietante che, a dispetto della sua immagine, si presenta con molta gentilezza, dicendomi: “Ciao, sono Tiziano”. Era un omone alto e grosso, con un viso da bambino che non era mai stato al mare. Ci fu un’immediata sintonia tra noi, infatti la prima domanda che nessun altro sceneggiatore mi aveva mai fatto è stata: “Cosa ti piace disegnare?”. Da quel momento mi resi conto che io avrei molto amato, quello strano personaggio. In quanto a Dylan Dog, scoprii subito che Dylan era assolutamente identico a Tiziano.»
Giampiero Casertano - disegnatore di Dylan Dog

«È difficile inquadrare uno come Tiziano Sclavi: al primo incontro, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a una persona mite e gentile, persino modesta. L’aspetto è quello di un bambino cresciuto in fretta, anche troppo, senza avere avuto il tempo di abituarcisi: sembra un elefante che si muove con circospezione per paura di urtare la cristalleria! Però da avvicinare con la dovuta cautela perché, si sa, gli elefanti sono suscettibili e sospettosi e non danno confidenza a chiunque. Superato il muro di riserbo, Tiziano si rivela una persona di grande intelligenza, cultura e rara sensibilità. Doti che, unitamente a un grande talento, fanno di lui lo sceneggiatore e lo scrittore brillante che conosciamo.»
Angelo Stano - disegnatore di Dylan Dog

«Di Sclavi ricordo l’umorismo, spesso caustico, ma sempre profondamente intelligente. Aveva e ha una visione del mondo decisamente sensibile e fragile: tutto quello che i lettori hanno poi trovato tra le pagine…»
Claudio Villa - disegnatore di Tex e Dylan Dog

«Quando aveva una scrivania in redazione, ci vedevamo ogni volta che venivo a Milano (non molto spesso, in verità). Dei nostri primi incontri ricordo le mie clamorose gaffe, come la volta che volevo versargli del vino, a lui, ex alcolista; oppure quando, facendo il solito discorso sulla probabile origine ebrea del mio cognome, me ne uscii con una infelice frase antisemita! Io scherzavo, ma, a giudicare dagli sguardi allibiti di Tiziano, Maria Baitelli e Decio Canzio, non doveva essere sembrato così. Una volta in redazione riconobbi Tiziano di spalle e, contento di vederlo (una volta ero, diciamo, più euforico di adesso, pure troppo) arrivai da dietro e gli affibbiai una gran pacca sulla spalla da buon meridionale con un sonoro “Uè, Tizia’!” facendogli quasi venire un coccolone. Quando lavoravamo insieme, ci sentivamo abbastanza spesso per telefono. Da Tiziano ho sempre avuto grandi complimenti e manifestazioni di stima, è uno dei pochi sceneggiatori con cui ho lavorato che mi telefonava per dirmi: “Bravo! Ma come fai a disegnare le cose esattamente come me le ero immaginate, anzi, meglio?” La cosa ancora oggi mi porta a volergli un gran bene, e comunque, se davvero riuscivo a visualizzare la sua immaginazione, il merito era soltanto suo.»
Bruno Brindisi - disegnatore di Dylan Dog

«Io e Tiziano Sclavi. Ci siamo visti per la prima volta, in Bonelli, una ventina d’anni fa. Ai tempi sono la “colonna milanese” di “Fumo di China” e bazzico di quando in quando la redazione della Cepim in via Buonarroti, a Milano, in cerca di anticipazioni per i nostri lettori. Quel giorno Tiziano è lì di passaggio, e Canzio me lo presenta. Scambiamo otto chiacchiere, scopriamo che quasi niente ci accomuna e perciò diventiamo amici. Col tempo diventiamo praticamente due fratelli, e lui si prende il ruolo di quello maggiore. Mi fa le prediche e pretende di insegnarmi a stare al mondo. Lui! Roba da matti! È uno scontro tra due culture (o meglio tra cultura e incultura) e di serate passate a giocare a carte e guardare film alla televisione. La casa in cui abitava allora Tiz è una specie di bazar pieno di apparecchi tecnologici all’avanguardia (Tiz è stato uno dei primi italiani ad avere un lettore di compact disc e un calzascarpe elettronico), straripante di cd e videocassette e il suo televisore è il più grande in commercio. Ogni tanto (per culturalizzarmi, dice), oltre a darmi libri da leggere, mi organizza maratone cinematografiche a tema: Rohmer, Bunuel, Truffaut, Bergman. Due palle! E si incazza pure, se mi addormento sul divano. Qualche volta si va al cinema, se programmano i nuovi film di Indiana Jones, di Spielberg o di Moretti, per esempio. Naturalmente sempre e soltanto in primissima fila (anche se il cinema è vuoto), il posto preferito da Tiziano.»
Mauro Marcheselli - soggettista e curatore di Dylan Dog (dal ’93 al 2009)

«Ero entrata in scuderia da poco e Mauro Marcheselli mi ha accompagnata nella sua casa di Milano. In quel periodo (Tiziano Sclavi n.d.r.) era molto magro, mangiava come un uccellino e io lo vedevo ancora circondato da quell’aura di semi-santità tipica del genio. È stato un incontro stranissimo, perché io, agitata com’ero, rispondevo in maniera schizofrenica a tutte le sue punzecchiature. È stato divertente. Alla fine ci ha accompagnati alla porta, mi ha dato la mano, ha detto che era stato un piacere conoscermi. Poi, rivolto a Mauro: “Non portarla mai più!”»
Paola Barbato - sceneggiatrice di Dylan Dog

«Tiziano Sclavi è un benefattore dell’umanità perché è riuscito a farci guardare con maggiore serenità la parte oscura che vive dentro di noi. Dylan Dog, suo detective di fiducia, è l’unico a cui affidiamo volentieri queste esplorazioni, è l’unico che può rovistare nei meandri della nostra anima e manipolare tutto ciò che ci spaventa, per inventare nuove storie senza le quali la nostra esistenza sarebbe più miserabile.
Non a caso la lezione più bella che ci ha regalato Sclavi Dog è che la paura è liberatoria come la risata, ci attraversa come un uragano e nessuno può fermarla. Ci libera, proprio perché ce la mette davanti, da tutte le ossessioni che altrimenti ci divorerebbero. Mi piacerebbe che Sclavi Dog si potesse noleggiare per saperne di più, per fargli delle domande, per farci spiegare come si può ridere con il terrore nel cuore. A volte leggendo Dylan Dog mi manca l’aria e quel po’ che mi è rimasta nei polmoni, ci pensa la straordinaria abilità dei disegnatori a farla sparire. Alla fine della lettura dell’albo qualcosa che gironzolava dentro di me non è più come prima, sono come calamitato dall’ignoto e imparo a conviverci, come se fosse un nuovo tassello che regala un po’ di luce là dove è sempre stato buio pesto.
Mi piacerebbe leggere più storie di Sclavi Dog, c’è sempre da imparare, soprattutto di quello che non conosciamo, di cui continueremo a non sapere, ma almeno lui lo arricchisce con un volo di fantasia che rende sopportabili gli incubi, anche i più bislacchi che la vita ci regala, senza sconti, come se fossero opere buone per non farci spaventare dalla morte che verrà. Quando la Signora arriverà non sarà più una sconosciuta e potremo anche dirle: “Sapessi quante volte ti ho letta su Dylan Dog”.»
Vincenzo Mollica - giornalista TV

«Devi sapere che, dopo 15 anni che faccio questo lavoro, sempre a scrivere e a disegnare in continuazione senza mai fermarmi, comincio ad avere piuttosto a schifo i fumetti. Ne ho abbastanza dei miei, figurati quelli degli altri! Non è un atteggiamento da snob, è proprio stanchezza: non me ne frega niente! Allora, quando questa primavera Decio Canzio mi ha chiamato da Milano, dicendomi che avevano pensato a me per lo special di Dylan Dog, io gli faccio: “E che cos’è Dylan Dog?”. E lui: “Ma come, il solito snob! È il più grande successo degli ultimi anni, è l’uomo che indaga nell’incubo. Una serie piena di splatter: cervelli fusi, denti che volano, sangue”. Non è che mi piaccia molto questo genere di cose, ma gli ho chiesto di farmelo fare ugualmente. Mi ha, dunque, mandato qualche numero di Dylan Dog: quando è arrivato in casa non ti dico mia moglie: “Ma cos’è questa roba, veramente ti abbassi a dei livelli…” Anch’io, sinceramente, ero piuttosto titubante. Quando è arrivata la sceneggiatura di Tiziano, però, mi sono messo a ridere come un pazzo: più era terribile la storia, più era esilarante… Geniale, per me Sclavi è veramente geniale!»
Attilio Micheluzzi - disegnatore

«Tiziano Sclavi è il sogno proibito di ogni disegnatore. È alto due metri per 115 kg di muscoli ben rodati. Con un battito cardiaco regolare anche sotto sforzo. Gli ho visto sollevare un cavallo a mani nude. Ho sentito dalla sua voce mirabolanti racconti di vite impossibili. Di incontri e amori. È un perfetto affabulatore e sa preparare dei cocktail eccezionali. È un grande conquistatore, nessuno gli resiste. Tiziano Sclavi è lo sceneggiatore definitivo.»
Werther Dell’Edera - disegnatore

«Sinceramente, io non ricordo tutte le mie storie scritte per Dylan, ma ricordo tutte quelle di Tiziano. Le ricordo quasi a memoria. Potrei azzardarti “Il fantasma di Anna Never”, perché è l’unica ottimista. In una scala da 1 a 10, lui è sempre stato 13 e i suoi meno belli erano da 9 e mezzo. Tiziano ha saputo mettersi a nudo in modo unico, io non riuscirei mai a fare ciò che ha fatto lui, con quella sincerità, tendo a essere molto più chiuso.»
Claudio Chiaverotti - sceneggiatore di Dylan Dog e creatore di Morgan Lost e Brendon

«Sappiamo tutti che Tiziano Sclavi è una persona riservata, schiva e a tratti misteriosa. S’è detto così tante volte da essere diventato quasi un luogo comune e, come tutti i luoghi comuni, è sempre divertente provare a smontarlo.
La verità è che Sclavi si è sempre messo talmente a nudo in tutti i suoi lavori che i suoi lettori, forse senza rendersene conto, lo hanno già incontrato tra le pagine di un libro o di un fumetto. Non sono molti gli autori che son stati in grado di riversarsi nel proprio lavoro in maniera così totalizzante. Lui, nello specifico, riesce sempre a raccontare se stesso senza mai mettersi al centro della scena, e non ci sarà mai un personaggio unico a fargli da portavoce: a volte tocca a Dylan, a volte ai mostri, e altre volte ai comprimari, finanche alle comparse. Tramite loro ci ha detto quello che gli fa orrore, quello che gli fa rabbia, quello che lo diverte e quello che lo tormenta.
Quanto si può conoscere una persona così intimamente senza mai averci parlato direttamente? Quanti, tra i vostri amici e conoscenti, vi hanno fatto così tante confidenze? Certo, resteranno sempre dei lati in ombra, e non tutto si può raccontare su carta, ma se mai incontraste Tiziano di persona, cosa ai limiti dell’impossibile - ricordate è un tipo riservato, schivo e misterioso - sappiate che lo avrete già conosciuto altrove.»
Gigi Cavenago - disegnatore di Dylan Dog

«Per una serie di fortunati eventi, sono amico di Tiziano Sclavi. Questo significa che ho modo di chiacchierare con lui anche di argomenti che non riguardano la sola sfera del nostro lavoro. Quando siamo assieme, parliamo spesso delle cose davvero importanti della vita: il cinema, i videogiochi, le serie televisive, qualche volta della musica (a patto che sia hard o heavy) e, spessissimo e con grande passione, di giocattoli. Casa di Tiziano è piena di giocattoli e così la mia. Statuine, action figure, modellini, repliche di props cinematografici, memorabilia da set, pezzi unici, pezzi rari, pezzi da discount, sorprese trovate nelle patatine. L’anello di Phantom, l’uomo Mascherato. Va bene tutto, a patto che questo “tutto” sia capace di evocare e rendere reale e tangibile quello che reale e tangibile non è. C’è solo un problema: Tiziano è, giustamente, ricco. E io, ingiustamente, no.
Quindi, per quanto possa cercare di tenere il passo del suo incedere consumistico, a un certo punto sono costretto a fermarmi e a lasciarlo galoppare libero nelle praterie del nerdismo più estremo. Ovviamente, come un qualsiasi parvenu nei confronti di un membro dell’alta società. Nutro un miscuglio di sentimenti conflittuali nei confronti delle possibilità di Tiziano che comprendono la stima, l’invidia, l’odio e l’amore. E così, quando nel mio vagare notturno per le lande del World Wide Web mi capita di incappare in un oggetto di particolare pregio ma, ovviamente, eccessivo per le mie possibilità, glielo segnalo, sapendo che lui non saprà resistere. È una specie di di vendetta ma anche un modo di sublimare, attraverso il Tiz, il mio desiderio.
Ed è per questo che oggi, Tiziano e Cristina hanno in salotto una replica in metallo dell’endoscheletro di un Terminator in scala uno a uno (cioè: alto più di due metri). Io no. Io non ce l’ho. Io ho solo la testa. Che mi osserva e ride della mia inadeguatezza.
Ma del resto, c’è una ragione se lui è Tiziano Sclavi. E io, no.»
Roberto Recchioni - fumettista e attuale curatore di Dylan Dog

«Certo che ho letto Dylan Dog! Ero un lettore appassionato di Dylan… Occasionalmente, per un viaggio in treno, per un motivo particolare, lo compro ancora… Non ricordo un numero particolare, ricordo però il divertimento citazionistico della serie, per cui si passava da un Terminator/Golem a un Nightmare/Buio e tante cose così. E poi le sceneggiature di Sclavi erano davvero incredibili. Adesso forse si vedono più cose di questo tipo, ma allora erano direi quasi oniriche. Ti lasciavano frastornato. Ma era il bello di questa serie.»
Leo Ortolani - creatore di Rat-Man

«Tiziano Sclavi è un maestro nelle sue storie truculente e poetiche, uno scrittore popolare e raffinato.»
Hugo Pratt - creatore di Corto Maltese