Intervista al Tiz (“Il Venerdì di Repubblica”)

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Ed ecco a voi l’intervista che Tiziano Sclavi ha rilasciato per “Il Venerdì di Repubblica” in occasione dell’uscita del suo primo graphic novel, “Le voci dell’acqua” (Feltrinelli Comics, 2019).
Buona lettura!

Nell’acqua ci sono voci. Che cosa dicono? “Non lo so, non distinguo le parole. Sembrano dei lamenti”. Il cielo è solcato da navi volanti e in pieno giorno si sono viste due lune. Ovunque ci sono meraviglie. Ovunque è terrore.

Succede se chi scrive è Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog, il fumetto che, in Italia, ha ridefinito la figura dell’eroe rendendolo problematico: i suoi mostri non sono solo vampiri e zombie ma emarginazione e dipendenze, razzismo, crudeltà verso uomini e animali, alcolismo e indifferenza. Il mostro è l’uomo qualunque, il vicino tanto per bene. I mostri siamo noi. Di Sclavi, Umberto Eco scriveva: “Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi”. Il motivo è chiaro. Dylan è uno specchio che ci riflette, anche nelle complessità, nelle debolezze. Meno conosciuto ma non meno valido è lo Sclavi scrittore, autore di più di dieci romanzi che varrebbe la pena di riscoprire, in primis Il tornado di Valle Scuropasso e, soprattutto, Non è successo niente, vera chiave di lettura per comprendere la complessità del suo universo narrativo ed esistenziale.

Sclavi da molti anni non scrive più, con qualche rara eccezione come Nel mistero, una poetica sceneggiatura per Dylan Dog uscita lo scorso dicembre. Non solo: ha deciso di vivere lontano dal mondo, in una casa al limitare della foresta con la moglie Cristina, i suoi amati bassottini e un gatto. Ma, a sorpresa, ecco che invece adesso salta fuori il primo graphic novel della sua storia, intitolato, appunto, Le voci dell’acqua, che uscirà il prossimo 10 gennaio per Feltrinelli. Un evento, anche perché permette di scoprire un’altra, nuova sfaccettatura di Sclavi. Racconta la storia di Stavros, un uomo che sotto una pioggia continua si muove per le strade di una città oscura tormentato da misteriose voci, forse segno della sua pazzia. O forse di una pazzia più vasta. “Una premessa: trovo molto presuntuoso e supponente che un autore parli di quello che ha fatto e lo spieghi” ci tiene a precisare Sclavi, che da sempre non ama le interviste e meno che mai mostrarsi in pubblico. “In questo caso l’autore sono io insieme al bravissimo disegnatore, Werther Dell’Edera, e per quanto mi riguarda tutto quello che avevo da dire è nel nostro libretto. Sempre ammesso che ce l’avessi, qualcosa da dire. Uno se vuole se lo legge e se lo interpreta come vuole. È l’interpretazione del lettore quella che conta, non la mia. Per cui chiedo scusa se a molte domande risponderò ridendo. Il libretto è cupo e disperato, meglio riderci sopra un po’”.


Un mattino come tanti e poi un giorno di pioggia. Una diagnosi per indicare una cosa che un tempo era sacra: “sento delle voci”. “Si chiama schizofrenia” si dice nel romanzo. Che cos’è per lei la schizofrenia.
«Oggi è definita malattia mentale, che dà allucinazioni visive e uditive. Ma leggendo “Il crollo della mente bicamerale” e “L’origine della coscienza” di Julian Jaynes non ne sono più tanto sicuro. Nell’antichità non esisteva la coscienza individuale. Gli uomini sentivano e vedevano gli dèi, che dicevano loro come comportarsi. Basta leggere Omero per capirlo. Per Jaynes erano allucinazioni, ma chissà. Forse quella che chiamiamo schizofrenia è un portale verso non so che cosa. Ed è anche una delle poche malattie mentali che non ho, ma mi sto impegnando.»

“Le voci sono tristi, strazianti ma spesso gli fanno compagnia”: perché arrivano le voci? Il protagonista, Stavros, non è solo, ha una moglie ma decide di lasciarla, perché?
«Ha una moglie? E decide di lasciarla? Non me lo ricordo proprio, la sceneggiatura l’ho scritta molti mesi fa e l’Alzheimer galoppa. In ogni caso se l’ha lasciata deve essere un po’ scemo.»

Il protagonista, come dicevamo, si chiama Stavros: c’è un motivo particolare o è un nome come un altro?
«Se non sbaglio era anche il nome del protagonista di un mio racconto contenuto nella raccolta Sogni di sangue. Quindi, mi vergogno a dirlo, è un’autocitazione. In ogni caso mi piacciono i nomi strani e stranieri. Quelli italiani fanno sempre un po’ ridere.»

La frase “Sono state vedute in cielo immagini di navi, e il tempo della speranza è stato percosso dal fulmine” è molto bella: è un’altra citazione o un’immagine che le è venuta in mente?
«Sì, questa e tutte le altre cose che dice lo strillone che vende i giornali sono citazioni classiche, di qualche opera latina, ma va’ a sapere quale. Era contenuta anche questa in un mio romanzo che risale alla preistoria. Come direbbe Benigni: “Caro Sclavi, qui si copia un po’ troppo!»

“Oggi è stata una giornata fantastica! Un grande editore mi ha detto che vuole pubblicare il mio primo romanzo” dice uno dei personaggi del libro: l’amico non sembra molto contento. Gli esseri umani non sono altruisti?
«Che ne so? Posso citare Troisi quando gli facevano le domande di questo tipo: “Io aggio solo fatto ‘nu film”. O meglio ancora, da “I mostri” di Dino Risi: “Scrivo cussì, ‘nu poco come mi viene.”»

Vedere due lune in cielo è una forte affermazione del perturbante. So che stava leggendo “1q84” di Murakami: come l’ha trovato?
«Murakami è uno dei miei idoli. Di “1q84” per ora ho letto solo il primo volume, poi continuerò. Mi piace, lui è grande, anche se mi sembra che qui sia un po’ troppo didascalico, un po’ complicato nel volere la semplicità a tutti i costi.»

Sopra: una tavola da “Le voci dell’acqua” disegnata da Werther Dell’Edera.

A un certo punto nel suo graphic novel si dice “la paura della morte è la morte”: ha paura della morte?
«Sì e no. Ma in generale, come dice Woody Allen, sono contrario.»

Poi le voci si mescolano, annunciano strani eventi, meraviglie. Che cosa sono queste voci? Che cosa succede?
«Quando le sentirete capirete.»

E, ancora, in un continuo passare tra macro e microcosmo c’è il rapporto madre/figlio: “è solo colpa sua se è diventato un mostro schifoso”. Chi sono i mostri per lei?
«E qui cito Fruttero, che quando gli hanno chiesto che parte faceva quando giocava alle fiabe con i suoi nipotini ha risposto: io sono il mostro: ho anche le psysique du role.»

Nel libro si parla di una medusa che rifugge al processo vita-morte: esiste davvero?
«Certo che esiste. Si chiama Turritopsis dohrnii, è piccolissima e a meno che i pesci non se la mangino vive in eterno.»

Le cose sono migliorate dai primordi o lei come Pasolini rimpiange in qualche modo la scomparsa del sacro?
«Sacro. È una parola che puzza di religione (una qualsiasi, sul mercato ce n’è tante). Non mi piace.»

Che rapporto ha Tiziano Sclavi con la tecnologia? Dylan non ha mai posseduto un cellulare anche se adesso se lo fa prestare da Groucho…
«Di amore e odio. Nel senso che io la amo e lei mi odia. Spesso non funziona. D’altronde ho una quantità impressionante di aggeggi elettronici, e più sono, più c’è la certezza che qualcuno si rompa.»

Presente e possibili futuri si mescolano nel graphic novel ma il suo oggi e il suo domani quali sono?
«Che vuole, si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.»

Quanto di lei, del suo vissuto c’è in questo graphic novel?
«Può darsi che non ci sia niente…»

Come mai dopo tanto tempo ha deciso di tornare a scrivere un soggetto?
«L’ho fatto perché, chissà come, mi è venuta un’ideina. E l’ho proposto solo a Feltrinelli. È una casa editrice prestigiosa e che ho sempre amato. Non ero affatto sicuro che lo accettassero, non è l’autore che sceglie l’editore, ma il contrario. Be’, l’hanno accettato. Ho visto la copertina in pdf: mi piace molto, ma il mio nome è scritto troppo grande. Neanche Vonnegut, per dire un altro autore Feltrinelli, ce l’ha così grosso. Oddio, spero che quest’ultima frase non venga interpretata in modo sconcio…»

C’è altro a cui sta lavorando?
«Devo scrivere ancora due numeri di una miniserie di sei che si chiama “I racconti di Domani”. Ma tra me e la Bonelli, a cui è destinata, le cose non vanno affatto bene. I nostri attuali rapporti provocano malessere e insoddisfazione. La filosofia della Casa editrice non è più quella di una volta, e mi dispiace molto. Ma è un problema mio personale. Spero che tutto si risolva in modo soddisfacente per entrambi. Però attualmente chissà perché mi viene in mente Brancaleone: “Un solo grido, un solo idioma, scapùma!”»

Le piace il nuovo corso di Dylan Dog?
«Il nuovo corso vuol dire Roberto Recchioni (direttore della testata Dylan Dog, scrittore e sceneggiatore di moltissime serie tra la notevole Orfani, ndr), che è uno dei pochissimi grandi autori di oggi. Certo che mi piace!»

Le è piaciuta la storia che ha scritto Dario Argento?
«Sì, molto, ed è un sogno che si avvera, un altro dei miei idoli che scrive per Dylan. E devo ringraziare Roberto che è riuscito a coinvolgerlo.»

So che non guarda la tv e non legge i giornali ma forse ha comunque un sentore di quanto succede nel mondo: l’ultima volta mi diceva che se fosse più giovane se ne andrebbe in qualche altro luogo, magari la Scozia. La pensa ancora così?
«Sì, più che mai. Però non dicevo se fossi più giovane, ma se avessi più soldi e più coraggio.»

Legge fumetti? C’è qualcosa che l’ha colpita ultimamente?
«Ne leggo pochissimi, confesso. Tra gli autori che mi piacciono e di cui ho gli ultimi libri da leggere, ci sono Zerocalcare e Ortolani” (Tiziano Sclavi legge moltissimo e guarda moltissimi film: nella sua casa ha un sotterraneo, chiamato “Il labirinto” che è una sorta di borghesiana Biblioteca di Babele, ndr).»

Scienza e mistero si incontrano in molte sue opere: chi vincerà?
«Spero la scienza. No, spero il mistero. No, spero… spero…»

Questo è quanto per il momento. Se c’è altro che vuole aggiungere ovviamente si senta libero di farlo.
«Solo grazie.»

Intervista a Tiziano Sclavi di Luca Valtorta, tratta da “Il Venerdì di Repubblica”, 28 dicembre 2018

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