Le dieci di sera, prima la città e poi pian piano la campagna,
luci estive e tu che parlavi in russo o in inglese,
e il cielo da poterci scrivere come su una lavagna,
le aperture banali e inquietanti di qualche paese.
E poi macchie più scure, aria più fresca e le prime salite,
e il silenzio libero mai conosciuto quando ero bambino,
quando solo per strada si consumavano giochi e partite
perché i campi erano coperti di chiodi e la valle lontana.
Avevano bruciato l’erba qualche sera prima,
per questo il prato era così scabro e le lucciole smarrite
come DC-8 che volavano bassi sulla collina,
come le nostre poche parole stupite.
Il castello bianco e rosso, per il buio quasi viola
calmo e indifferente sopra la nostra avventura,
una grande cosa rimasta tra le labbra preziosa
e rimandata per tenerezza, per confusione o per paura.
E tu rannicchiata in macchina come una volta
che dicevi fammi domande e io ti risponderò,
ma ho vergogna a raccontare se qualcuno mi ascolta,
cerca tu di capire coi miei sì e coi miei no.
Poi giù piano per le curve sfiorando le fronde,
davanti a quella staccionata che mi piace da morire,
e la cava come un fantasma, come una meringa,
quanto manca? manca, molto, se vuoi puoi dormire.
Poi solo il buio ed i fruscii e pochi fari polverosi,
poi solo il tuo fiato ed i tuoi occhi semichiusi.
Mie strade, miei boschi, compagni di sole di pioggia e di vento
siatemi vicino ora, ora che il tempo è più lento.
E forse non te ne sei neanche resa conto
ma è stato un momento di pace e di giovinezza:
non conta ciò che mi dài, non conta ciò che ti rendo
ma ti ringrazio di questa strana nuova dolcezza,
anche se come sempre dovrò ripensarci domani,
e domani scoprire il sapore dell’oggi ormai ieri,
e domani sapere se sarò stato felice in quei tempi lontani,
rincorrendo i sentieri tortuosi dove fuggono, via, i miei pensieri.
Tiziano Sclavi – “Nel buio” (Camunia, 1993)
Illustrazione di Maurizio Di Vincenzo.
