Così parlò Tiziano Sclavi
Quello che segue è un florilegio di dichiarazioni rilasciate alla stampa da Tiziano Sclavi dalla fine degli anni Ottanta ad oggi. Accanto ad ogni citazione sono riportati il titolo dell’intervista da cui la frase è stata tratta, il nome della testata e l’anno di pubblicazione dell’intervista stessa. L’elenco completo delle interviste rilasciate da Sclavi si trova qui.

Il mondo di Sclavi
«Non ho nulla di colto da dire sull’orrore, non ho nulla di orrido né di profondo, solo ho un rapporto con i miei mostri come quello fra Tod Browning e i suoi Freaks: io, in effetti, sono i mostri. Anche nella vita reale, senza morbosità, ho un enorme affetto per gli handicappati, i diversi. Perché io sono diverso.»
Tiziano Sclavi – “King”, 1989
«Eh, questa è una cosa mia di tutta la vita, che non ti so neanche spiegare bene… Sì, ho avuto anch’io i miei problemi personali come tutti, credo. Ma al di là di questo, mi sono sempre identificato nei mostri, nei freaks, e ho sempre pianto per alcuni miei film mitici: “Freaks” di Tod Browning appunto, “The Elephant Man”… queste robe qui… ecco, “La mosca” di Cronenberg, cioè la storia della mia vita! Senz’altro è anche una maniera di stare dalla parte della minoranza, perché io ho sempre tenuto per la squadra che perde, per il più debole insomma.»
Tiziano Sclavi – “Griselda Online”, 2003
«A sei anni ho letto Edgar Allan Poe e per imitazione mi sono messo a raccontare nero su bianco i miei sogni, anzi i miei incubi. Più tardi ho cominciato a raccontarli in romanzi e racconti a fumetti. Mi sono illuso di potermene, così, liberare.»
Tiziano Sclavi – “Panorama”, 1994
«Se penso ai mostri e all’orrore che descrivevo mi sento debitore di Poe. E se invece di Poe a sei anni avessi letto - che so? - il “Sermone della montagna”, oggi scriverei forse delle storielline morali. Rabbrividisco al solo pensiero che avrei potuto scrivere racconti molto edificanti.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1991
«La realtà è ambigua. Tant’è vero che, fin da bambino, ho considerato più oggettivo, più vero, più naturale, il pianeta dell’immaginazione. Ho vissuto attraverso libri, film, quadri: in compagnia di Poe e Buzzati, di Romero e Kubrick. Di Füssli e Magritte.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1993
«Il surrealismo è stato un mio grande amore. Il mio pittore preferito è Magritte, ho adorato Bunuel. Inserire in una storia realistica scene surreali è sempre stata per me una gioia.»
Tiziano Sclavi – “Dylan Dog e Sherlock Holmes: indagare l’incubo”, 2012
«Si può dire che io sia nato al cinema: fin dai primi mesi, mia madre, grande appassionata, mi portava sempre al cinema, tenendomi in braccio. Anche qui, si è poi sviluppata una preferenza per l’horror e la fantascienza, ma non saprei citare un solo film che mi abbia terrorizzato, e la lista di tutti i titoli sarebbe troppo lunga.»
Tiziano Sclavi – “Il Mattino”, 1999
«Da piccolo volevo fare il cowboy. E guarda caso il primo “romanzo” che ho scritto era un western. Ero in prima o seconda media, credo. Sono stato anche un grande appassionato dell’Agente 007, e visto che i romanzi di Ian Fleming li avevo letti tutti, me ne sono scritto uno o due da me. Da ragazzo non avevo dubbi, volevo fare lo scrittore, il fumettaro, il cantautore e il regista. Me ne sono andate bene due su quattro, non mi posso lamentare.»
Tiziano Sclavi – “Il Mattino”, 1999
«Non rimpiango il desiderio della regia, perché col tempo ho capito che è un lavoro da “zingari”, che si fa soprattutto d’estate, quando io vado in coma per il caldo. E poi, come Fellini, avrei dovuto avere il coraggio di lasciare il paesello per andare a Roma, dove il cinema si fa. Coraggio zero, sono un vigliacco militante. Più dolorosa è stata l’impossibilità di fare il cantautore, perché appunto sono stonatissimo. Ho cercato di rimediare limitandomi a essere paroliere, e qualcosina ho combinato. Quanto alla metrica, anche Umberto Eco mi ha detto che è tutta sbagliata. Non sono d’accordo, tutto è “cantabile”, tutte le filastrocche e le ballate che ho scritto sono perfettamente adatte a una musica (che a volte ho copiato e altre volte ho inventato io).»
Tiziano Sclavi – “Altai & Jonson” volume 4, 2003
«Le mie storie vorrebbero possedere la leggerezza di un film di Lubitch, il dialogo brillante di una commedia di Neil Simon e la forza visionaria e allucinata dei film di George Romero.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1991
«Penso che la paura sia quasi sempre un problema di chi legge o guarda. Io come molti bambini fui terrorizzato da Biancaneve di Walt Disney, ma era giusto che ci fossero favole che raccontavano di streghe e morti apparenti. Così mi arrabbio quando qualcuno accusa il fumetto o il cinema nero di influenzare negativamente i ragazzi. Sono convinto che l’horror più devastante sia quello sprigionato da certi varietà televisivi.»
Tiziano Sclavi – “Max”, 1999
«Il Mistero della vita è inutile porselo, sono ateo e mi basta. Per quanto riguarda i misteri con la minuscola, paranormale, fantasmi, Ufo, io sono socio del Cicap, il centro che smaschera le truffe del paranormale. Non ci credo, ma ci spero: e una delle speranze della mia vita è vedere atterrare un Ufo in Piazza del Duomo.»
Tiziano Sclavi – “Corriere della Sera”, 1998
«I videogiochi sono dei capolavori che richiedono intelligenza e abilità manuale. Come i fumetti anch’essi sono catartici e i ragazzi che lo sanno ne ridono. Semmai è la televisione che è violenta nel non volerlo essere. Quei varietà osceni del sabato sera, quella gente che piange in diretta, lì è il vero orrore, non nei fumetti o nei videogame. Difendendo “Arancia meccanica”, Kubrick disse che neanche con l’ipnosi si può costringere qualcuno a fare qualcosa contraria alla sua natura.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«Non sempre l’horror produce buoni risultati. Gli imitatori di Stephen King o i fumetti che fanno il verso a Dylan non funzionano. L’horror ha successo invece quando teatralizza le paure e ce ne libera.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1995
«Gli incubi di cui io parlo sono letterari, nascono dalle fiabe che si raccontano ai bambini. Lo stesso dicasi per la paura.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«L’occulto, il misterioso, il demoniaco vanno benissimo per le opere di fantasia, ma la realtà è ben altra cosa… Se devo fare un’eccezione, la faccio per gli Ufo: non ci credo, ma ci spero. Tutto il resto è accettabilissimo nelle storie di fantasmi, non certo se serve per spillare soldi alla gente, come nel caso dei “maghi” a pagamento, dei “guaritori”, degli “esorcisti”, dei falsi “soggetti Esp” e via dicendo…»
Tiziano Sclavi – “Dylan Dog - Indocili sentimenti, arcane paure”, 1998
«Il mio sogno è sempre stato quello di fondere i generi: perciò l’idea di mettere insieme Ernst Lubitsch, Neil Simon e il George Romero di “Zombi” mi diverte moltissimo. Far parlare i personaggi come fa Neil Simon, ma in un contesto horror… Che meraviglia!»
Tiziano Sclavi – “Dylan Dog - Indocili sentimenti, arcane paure”, 1998
«È come se cercassi di applicare le tecniche di Lucio Fontana ai corpi e agli oggetti che descrivo: rasoiate date sulla materia raccontata.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1991
«Le mie storie non sono mai consolatorie, perché l’orrore non finisce. Si ricomincia sempre da capo, anche con la rabbia.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«Cos’è l’orrore? Ciò che è sempre stato: un misto di stupidità e ignoranza, da cui derivano tutti i mali, dal fascismo alle guerre. Sul piano creativo invece l’orrore è una delle più forti costanti dello spirito. Cibo per l’anima. È la paura a tenere in vita il mondo. Basta aprire un giornale o guardare la televisione (già in sé un mostro orrendo che ci sommerge delle sue feci) per vedere orrori a non finire. Io citerei la volgarità, l’arroganza e la menzogna proterva eletta a sistema di governo.»
Tiziano Sclavi – “La Provincia Pavese”, 2010
«L’inferno ha molte facce. Ho cercato di rappresentarne alcune in una storia di Dylan Dog: la faccia peggiore, la più assurda e grottesca dell’inferno, è la burocrazia.»
Tiziano Sclavi – “Panorama”, 1994
«Ho sempre pensato che chi è felice difficilmente si mette a scrivere, bisogna essere almeno un po’ disperati. Ho solo messo in scena i miei incubi. Scrivere è un po’ come la psicoanalisi, con il vantaggio che non si paga e, anzi, se va bene pagano te. E poi per raccontare sofferenza e diversità basta guardarsi intorno.»
Tiziano Sclavi – “L’Unità”, 2010
«Non c’è molta distinzione tra la malattia e lo scrivere. È banale dirlo: la scrittura è catartica. Almeno per me lo è stata profondamente. Per questo ho scritto, e ogni volta che l’ho fatto è stato pensando di mettermi contro qualcuno: contro di me, contro i miei genitori, contro le zone buie dell’esistenza. Trovo che sia un modo sano di ribellarsi. Ma ho sperimentato anche i modi insani.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2006
«Non chiedetemi il significato di quello che scrivo. Mi viene così. Non scrivo per piacere al pubblico. Ho in mente un lettore e ho in mente le cose che piacciono a me. Non sono uno scrittore horror, non sono come qualcuno dice lo Stephen King italiano, anche perché non ho ancora chiamato Stephen King per chiedergli se si sente il Tiziano Sclavi americano.»
Tiziano Sclavi – “La Stampa”, 1998
«Se leggo un libro o vedo un film in cui un animale viene maltrattato o ucciso devo smettere immediatamente. A volte piango per ore. Gli animali ci guardano e non capiscono, come i bambini appena nati. Solo che loro questo stupore e questa innocenza li conservano per tutta la vita.»
Tiziano Sclavi – “Sette”, 1996
«Le mie storie a fumetti o i miei romanzi nascono da lampi di inquietudine, da brividi di un’agitazione, ma anche dall’archivio della letteratura altrui. Prima che uno scrittore sono un lettore famelico di film. L’immaginario collettivo, insomma, la Storia, e la fantasia letteraria compongono per me (come per Borges) un’unica “Biblioteca di Babele”.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1993
«Mi è sempre piaciuta moltissimo l’unione di comico e tragico. Tanto che a un certo punto ho tentato con varie storie di trasformare Dylan in un misto tra horror e commedia sofisticata all’americana (tipo Neil Simon, per intenderci, ovvero il più grande sceneggiatore che io conosca). Nella vita, ovviamente, cerco di essere sempre ironico e soprattutto di evitare il dramma (che nel mio caso può anche essere solo il postino che porta una multa: ho la panfobia, come Charlie Brown).»
Tiziano Sclavi – “Scuola di Fumetto”, 2006
«Quanto all’ironia, non credo sia venuta dai libri, ma dal cinema, però non saprei citarti qualche titolo in particolare della mia infanzia. Più tardi sì, il già osannato Neil Simon, Billy Wilder, il gigante Woody Allen….»
Tiziano Sclavi – “Scuola di Fumetto”, 2006
«Su questo non ho dubbi: io vorrei essere fisicamente, proprio fisicamente, Woody Allen. Questo ti dà l’idea della stima che ho per me stesso: per il mio fisico! Poi, senza neanche bisogno di avere il suo genio, perché lui è un genio. Ma fisicamente a me è sempre piaciuto essere come Woody Allen. E questo riassume bene i due aspetti perché lui è più che mai autore e personaggio.»
Tiziano Sclavi – “Griselda Online”, 2003
«Tante cose mi fanno ridere, dalla battute degli amici agli sbadigli del mio gatto, ai film di Neil Simon e Woody Allen. E tante mi fanno piangere. Sorvoliamo su quelle della vita reale, che penso siano comuni un po’ a tutti e non è il caso di rattristarci ulteriormente. Piango a dirotto senza vergogna alcuna, per molti film: da “E.T”. a “Freaks”, dal “Fantasma del palcoscenico” a “Elephant Man”. E per tanti libri: l’altro giorno ho finito l’ultima puntata del “Miglio verde” di Stephen King e le ultime trenta o quaranta pagine sono state una faticaccia, perché è difficile leggere con gli occhi pieni di lacrime. Che cosa mi spaventa? Tutto! Sono un vigliacco militante. Che cosa mi tranquillizza? Sarò banale e retorico, ma è inevitabile, perché sono le uniche vie di scampo che tutti abbiamo: l’amicizia e l’amore. Avrei dato il Nobel a Borges (scrittore e poeta sudamericano; n.d.r.). Lo darei a King, a Stanley Kubrick, a Nanni Moretti, a Spiegelman.»
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1996
Dylan Dog
«Dylan Dog, rappresenta tutto quello che vorrei essere io: ha coraggio, è spericolato, si getta nelle avventure, difende i deboli. In fondo, è come se difendesse anche me che sono debole e insicuro. Dylan Dog è il mio scudo.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1995
«Lui vive a Londra, io in Inghilterra non ci sono mai stato. Lui ha un grande successo con le donne, cosa che non si può dire di me. Però alcuni fantasmi mi appartengono, come il ricordo dell’alcool, le angosce notturne, i risvegli faticosi. Forse io sono un po’ anche Groucho, con le sue battute demenziali.»
Tiziano Sclavi – “Fumo di China”, 2001
«Dylan Dog è uno che invidio. Attraversa gli incubi e se ne libera. Combatte la paura e la vince. Qualche volta vorrei essere lui. Vorrei essere anche Woody Allen, perché è un malinconico spiritosissimo, o David Copperfield, che riesce a far sparire e a sparire.»
Tiziano Sclavi – “Panorama”, 1994
«Comunque, di chi è figlio Dylan? Sai che non lo so? Non mi viene in mente neanche uno zio, figuriamoci un genitore. Ormai è arcinoto che il personaggio proposto da me all’inizio era molto diverso: un antieroe chandleriano, noir oltre che horror, a New York e senza una spalla comica. Invece è saltato fuori lui. Ovviamente gli ho dato molto di me: i vestiti, per esempio (allora vestivo esattamente così). La paura dei pipistrelli. La claustrofobia. Il rifiuto dell’aereo. L’ironia. L’anarchia. Il mio ideale di “come vorrei essere fisicamente”. Ma dove le è andate a trovare tutte quelle fidanzate? Le mie si contano sulle dita di un monco. E il coraggio di affrontare i mostri, tipo uno zombi o un vigile? Io sono un vigliacco militante! Forse è vero il vecchio luogo comune che un personaggio finisce per vivere di vita propria, magari andando anche contro le intenzioni dell’autore.»
Tiziano Sclavi – “Scuola di Fumetto”, 2006
«Dylan viene proprio da Dylan Thomas. Dog, invece, viene dal titolo di un libro di Spillaine che non ho mai letto, ho solo visto nella vetrina di una libreria: “Dog figlio di”. E davvero Dylan Dog era sempre stato il mio “XY”, cioè il nome provvisorio che davo ai miei personaggi (e ne ho le prove: esiste una mia breve storia, disegnata da Lorenzo Mattotti, che si intitola proprio “Dylan Dog”, e che risale alla fine degli anni ’70). Il classico nome di cui si dice “per ora chiamiamolo così, dopo lo cambiamo”. Ecco, la differenza tra Dylan e tutti i miei personaggi precedenti è che quella volta il nome non l’abbiamo cambiato.»
Tiziano Sclavi – “Il Mattino”, 1999
«L’impulso venne da Sergio Bonelli, che non voleva fermarsi e capì che era importante per la casa editrice lanciare personaggi nuovi. Studiai il progetto insieme al disegnatore Claudio Villa, per mesi. L’ultimo dettaglio che definimmo fu proprio la faccia di Dylan. I primi schizzi non mi erano piaciuti. Poi vidi al cinema Rupert Everett in “Another Country” e mi sembrò che potesse essere lo spunto giusto. Telefonai a Claudio perché ci lavorasse sopra.»
Tiziano Sclavi – “Max”, 1999
«Scrivevo fino a quindici storie contemporaneamente, per alimentare i vari disegnatori: dieci tavole all’uno, dieci tavole all’altro… II tempo passava, e finalmente arrivò il settembre del 1986. Finalmente arrivò la prima copia di Dylan Dog, che fu naturalmente innaffiata di champagne. Qualche giorno dopo il distributore telefonò a Canzio: gli disse che non c’erano speranze, che l’albo era morto in edicola. La notizia mi venne pietosamente tenuta nascosta. Alla fine, comunque, le vendite non furono poi così malaccio: abbastanza per pagare le spese. E si continuò così per un paio d’anni. Poi, il grande mistero: alla fine degli anni Ottanta o all’inizio dei Novanta, non ricordo bene, le vendite cominciarono ad aumentare di colpo. E non un colpo qualunque, un colpo grosso. Ricordo ancora uno strillo che mettemmo in copertina: “180.000 copie! Una tiratura da far paura!”. Erano niente in confronto al mezzo milione di copie che avrebbe raggiunto poi, superando nientemeno che il grande Tex. Ci fu un periodo in cui, tra la serie originale e le ristampe (prontamente messe in cantiere), arrivammo al milione di copie al mese. E non solo: Dylan era anche diventato un fenomeno di costume. Per la prima volta, i giornalisti e i critici che avevano sempre snobbato il fumetto popolare dedicarono al nostro albo pagine intere. Umberto Eco scrisse che teneva sul comodino la “Divina Commedia”, Omero e Dylan Dog.»
Tiziano Sclavi – “Dylan Dog - Gli eroi del fumetto di Panorama”, 2005
«Povero Eco. Quella frase, ovviamente un paradosso, lo perseguita da vent’anni, ed è stata usata in tutte le salse. Ma per fortuna l’ha detta, e ne sono felice. In un attimo ha fatto diventare Dylan Dog un classico, per quanto possa esserlo un fumetto. Mi impressiona, perché gli autori dei classici di solito sono morti.»
Tiziano Sclavi – “Sette”, 2011
«È innegabile: amo prendere la fantasia in prestito, pescando qua e là. Mi piace pensare che non si tratta di furti o citazioni, ma di poetiche contaminazioni. A volte nella sceneggiatura indico chiaramente qual è stato il materiale di partenza, altre volte lascio che sia il lettore a trovarlo. E, inevitabilmente, tornano spesso i fantasmi del cinema.»
Tiziano Sclavi – “Max”, 1999
«Dylan Dog è nato dagli zombie di George Romero e dai film di Dario Argento. Poi tantissimi altri. Un film che cito appena posso è “2001 Odissea nello spazio” e non solo, un po’ tutto Kubrick. “Il fantasma del palcoscenico” credo di averlo visto 36 volte, “E.T.” siamo sulle 42. “Terminator” 1 e 2 li ho visti almeno cinque o sei volte.»
Tiziano Sclavi – “Postcardcult”, 2012
«Più che un omaggio, la citazione è una forma di amicizia con il lettore. Io passo deliziose serate con gli amici, giocando a citare a turno dai film di Totò o Sordi. Il gioco delle citazioni crea intimità. Me lo ha confermato anche il dialogo con i miei lettori che in una rubrica del mensile Dylan Dog io documento. Le mie citazioni in questa rubrica si incrociano con le citazioni dei miei lettori. Giochiamo a trasmetterci citazioni.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1993
«All’inizio Dylan Dog era strano. C’era un interesse nascente per l’horror, lo splatter, squartamenti e cose del genere. Ma io volevo due cose. La prima era un personaggio ricorrente, che allora mancava, protagonista di storie che magari finiscono male o non finiscono.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2004
«Per esempio, prendiamo l’argomento di Dylan Dog, l’horror. Io avevo pensato a questo genere perché al cinema ha sempre avuto un pubblico di affezionati che gli ha garantito la sopravvivenza. In certi periodi, poi, ha delle ondate di vero successo. Non è un caso che molti dei nuovi registi americani (a cominciare da Steven Spielberg) siano emersi proprio grazie a questo genere.»
Tiziano Sclavi – “Nuova Società Civile”, 1995
«Il fumetto horror pericoloso? Ti rispondo con una battuta di Groucho: “Dire che il fumetto horror travia i giovani è un insulto. Non per il fumetto horror, per i giovani.” L’ho scritta per uno dei prossimi numeri che si intitolerà per l’appunto “Caccia alle streghe”. Certo, io sono stato il primo a prendere i temi del nuovo cinema dell’orrore e farne un fumetto, ma sarebbe presuntuoso pensare di poter influenzare così facilmente i ragazzi. Io ho un grande rispetto del pubblico, penso che se uno legge Dylan Dog e poi squarta la nonna, bè, poteva anche aver letto Topolino.»
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1991
«Prima di tutto Dylan Dog non è mai, dico mai, stato oggetto di nessuna polemica. Ben più di una polemica hanno suscitato invece i suoi imitatori, che nascevano come funghi: hanno provocato addirittura un’interrogazione parlamentare in puro stile maccartista contro i fumetti horror, e la cosa che più mi è dispiaciuta è che a firmarla ci fossero anche uomini di sinistra. Un solo commento: vergogna. Quanto alla responsabilità, l’ho sentita moltissimo. Più le vendite aumentavano, raggiungendo quote vertiginose, più avevo paura. Paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di esagerare con lo splatter e le scene violente suscitando anch’io l’ira ottusa da caccia alle streghe. È stato un periodo bellissimo, certo, ma anche molto angosciante.»
Tiziano Sclavi – “L’Unità”, 2006
«Il boom dello splatter in Italia è stato uno sboom, Basta guardare cosa è successo a riviste come “Mostri” o “Splatter”: appena nate stanno già chiudendo, non hanno mai venduto più di ventimila copie, neanche un decimo di Dylan Dog. Non voglio dire che non sia un fumetto horror, ma non è su questo che si basa il suo successo.»
Tiziano Sclavi – “L’Europeo”, 1991
«Tra l’altro, molte delle mie storie non sono nemmeno di vero horror. C’entra di tutto, il mistero, l’esoterico, gli orrori della vita quotidiana. L’ultima cosa che ho scritto non è né horror né giallo, è una specie di commedia. Però alla fine qualcuno deve pur morire. Lo dice anche un autore classico come S. S. Van Dine che un morto ci deve essere: non si possono scrivere 300 pagine per un furto…»
Tiziano Sclavi – “Nuova Società Civile”, 1995
«Dei fumetti non volevo soltanto inventare le storie e scrivere le sceneggiature: volevo anche ritrarli impugnando la matita. Sono a arrivato a illustrare qualche libro, poi ho smesso per rispetto all’arte del disegno. Comunque, di Dylan Dog, anche se non sono l’illustratore, discuto le immagini, i piani di sequenza e il montaggio delle figure con i disegnatori. Dylan Dog è il film di cui mi piace essere il soggettista, lo sceneggiatore e il regista.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1995
«È vero… io curo le sceneggiature in modo maniacale: posso anche scrivere due pagine di descrizione per una sola vignetta, perché voglio dare al disegnatore non tanto l’indicazione tecnica di stampo cinematografico come il primo piano, il campo lungo, il controcampo, ma soprattutto l’atmosfera; voglio che lui provi le stesse sensazioni che provo io quando scrivo. A volte piango anche… Mi ricordo che mentre scrivevo le ultime pagine di “Johnny Freak”, una delle storie più amate di Dylan Dog, piangevo e avevo le lacrime che mi cadevano sul computer e dicevo: “No, non morire! Non morire!”, anche se poi ero io che lo facevo morire! Devo comunicare tutte queste emozioni, prima di tutto al disegnatore, altrimenti lui non partecipa…»
Tiziano Sclavi – “Dylan Dog - Indocili sentimenti, arcane paure”, 1998
«L’ispirazione è come sempre, e come è risaputo, il cinque per cento. Il novantacinque per cento è traspirazione. Però il mestiere, pur contando molto, non basta, almeno per quanto mi riguarda. Non riesco a scrivere tanto per scrivere. Se non trovo qualcosa che mi piace veramente, e in cui posso mettere un po’ della mia carne e del mio sangue, non scrivo.»
Tiziano Sclavi – “Fumo di China”, 2006
«Scrivere per me è una specie di psicanalisi. Il che significa metterci l’anima e, si, piangere se muore un bel personaggio. Mi è successo in maniera esagerata con una storia intitolata “Johnny Freak”. Per esigenze di soggetto facevo morire Johnny, ma intanto bagnavo di lacrime la tastiera. Non si può sperare che il lettore si appassioni se prima non si appassiona chi scrive.»
Tiziano Sclavi – “Sportweek”, 2009
«Non sono metodico, lascio che le cose vengano come vengono. Se mi viene in mente un soggetto preciso e ho paura di dimenticarmelo lo scrivo. Altrimenti, se ho solo una vaga idea, parto da una scena iniziale il più possibile “forte”, e il giorno dopo è come se ricominciassi da capo: mi ci vuole una scena altrettanto forte, ma che in qualche modo si leghi alla prima. Molte storie sono nate in questo modo, anche e soprattutto quella che Marcheselli chiama “la madre di tutte le sceneggiature”, cioè “Memorie dall’Invisibile”.»
Tiziano Sclavi – “Fumo di China”, 2006
«In realtà quando mi chiedono quali sono le storie che preferisco cito alcune di quelle che ho scritto per Mister No. Per Dylan, Mauro Marcheselli (da anni curatore della testata e “mamma” del personaggio, se io sono il “papà”) ha sempre definito “Memorie Dall’Invisibile” la madre di tutte le sceneggiature. Tra l’altro è stata anche pubblicata in volume dal Centro Fumetti Andrea Pazienza di Cremona. Caso rarissimo: di solito le sceneggiature, quando esce l’albo, si buttano. Ho finito per convincermi anch’io che sia una bella storia. Ricordo con piacere anche (in ordine sparso) “Dopo Mezzanotte”, “Il castello della paura” e “La dama in nero” (storia unica in due albi, la prima), “Golconda”, “I segreti di Ramblyn” e “La belva delle caverne” (altra storia doppia), “Tre per Zero”, come pure la trilogia extraterrestre di “Terrore dall’infinito”, “Quando cadono le stelle”, “Lassù qualcuno ci chiama”… Ma soprattutto le storie che ho scritto su soggetto dello stesso Marcheselli: “Johnny Freak” (quanto ho pianto scrivendola! Le lacrime scendevano sulla tastiera e io dicevo “Non morire Johnny! Ti prego, non morire!”, e intanto lo uccidevo), “Il lungo addio”, “Finché morte non vi separi”…»
Tiziano Sclavi - “Il Mucchio Selvaggio”, 2005
«Le domande fatidiche, “Come nascono le tue storie?” o “Da dove prendi le idee?”, sono un incubo per tutti quelli che fanno il mio mestiere, dato che presuppongono un ragionamento del genere: “Voglio fare lo scrittore, quindi adesso cerco le idee”. Invece bisognerebbe ribaltare tutto: a me, fin da bambino, venivano delle idee, e così sono diventato uno scrittore e un fumettaro. Insomma, è proprio perché gli vengono da chissà dove delle idee che un ragazzo, invece di andare a giocare, si mette a scrivere (o a dipingere, o a comporre musica). Molto più tardi si forma il cosiddetto “mestiere”, ovvero la capacità di scrivere anche se di idee ne vengono pochine, e anche la capacità di andarle a cercare. Vedendo appunto un film, o leggendo giornali e libri. Non sono mai corso al computer, ma ho sempre preso appunti di battute e idee da copiare (già, copiare, perché no? Nell’antichità era pratica comune, e poi lo dice anche il grande Totò: “Tutti sono capaci di fare, è copiare che è difficile!”)»
Tiziano Sclavi – “Il Mattino”, 1999
Dylan Dog, in fondo, per quanto anomalo, è pur sempre un giallo… E cosa fanno i giallisti? Partono dalla fine: loro sanno chi è l’assassino e a partire da lì costruiscono tutto ciò che viene prima… Io non sono mai riuscito a farlo! Ecco, io sono “sgangherato” perché parto dal mistero e lo risolvo insieme al lettore: non so come va a finire; posso arrivare a pagina settanta di una sceneggiatura di Dylan Dog senza sapere chi è l’assassino, oppure chi è l’incarnazione del diavolo…»
Tiziano Sclavi – “Dylan Dog - Indocili sentimenti, arcane paure”, 1998
«Mah, io mi metto lì con un’idea molto vaga… Poi mi viene in mente una scena, possibilmente d’effetto, oppure con un dialogo suggestivo… E la scrivo giù. Il giorno dopo ne scrivo un’altra. Poi penso a come metterle insieme, a collegarle con l’idea iniziale. Vado avanti così. A dieci pagine per volta, cercando di legare una pagina all’altra. E così arrivo piano piano verso pagina 80. A questa punto mi restano 14 pagine per far quadrare tutto. Perché, strada facendo, dalla prima idea sono passato magari a soluzioni diverse: cambio l’identità dell’assassino; quello che doveva essere l’assassino lo faccio morire… Magari un giorno che scendo a comprare le sigarette c’e un automobilista che mi strombazza col clacson, allora torno su e scrivo una scena in cui c’e un automobilista che muore impalato sul piantone dello sterzo… Alla fine lo giustificherò in qualche modo.»
Tiziano Sclavi – “Nuova Società Civile”, 1995
«Un personaggio come Groucho serve per sbloccare la tensione di quando in quando, e per questo a volte basta fargli dire: “A proposito” – che poi non è vero, non c’entra con niente – “A proposito, la sapete quella del…?” E qui si mette una barzelletta pescata in un’antologia o su un vecchio giornale. Però se si vogliono inserire battute inerenti alla storia, allora bisogna inventarle. Questo non è facile. Io per mettere a fuoco una battuta di Groucho posso perderci delle ore.»
Tiziano Sclavi – “Nuova Società Civile”, 1995
«Ci sono tre tipi di “grouchate”, e come quantità più o meno si equivalgono. Il primo tipo è quello delle “citazioni”, note anche come “spudorate copiature”. Per questo servono tonnellate di libri di aforismi, freddure e aneddoti: si sfogliano per ore alla ricerca della battuta adatta, e se non è adatta si adatta. Un lavoro mica da ridere, non credere. E d’altronde, lo diceva anche Totò: “Tutti sono capaci di fare, è copiare che è difficile!”. Il secondo tipo è quello delle barzellette: anche queste possono venire dai libri, ma più spesso si sentono parlando con gli amici (soprattutto Alfredo Castelli, l’autore di Martin Mystère, e Mauro Marcheselli, curatore di Dylan Dog - una volta! n.d.r. - e battutista ufficiale della Bonelli). Ma è un metodo troppo causale, da usare quando capita (e purtroppo il più delle volte non capita). Il terzo tipo è quello più faticoso, difficile e incerto (nel senso che non sai mai se farà ridere davvero o no), ma è anche quello che mi piace di più e che, specie negli ultimi anni, vorrei che prevalesse: sono appunto le battute che invento io. Spesso si tratta di una vera tortura: pomeriggi interi, a volte giorni interi per una singola, piccola frase di Groucho. In questi casi penso che non sia poi così vera la vecchia massima “scrivere è sempre meglio che lavorare”. O meglio, è vera, sì, ma “non scrivere è sempre meglio che scrivere”.»
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1996
«Dylan e Groucho sono amici, profondamente amici. Si compensano. Dylan è romantico, Groucho è ironico. Romanticismo e ironia nelle mie storie e nei miei romanzi si danno la mano per distruggere gli incubi o almeno fermarli. Groucho, poi è molto generoso: basti pensare che le donne smaniano per Dylan, ma lui non ne ha mai invidia.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1993
«Sa una cosa? Molti mi scrivono per dirmi: ma come fa ad avere tutte queste avventure, quando io non ne ho nessuna? Però la sua inclinazione verso il femminile non è vissuta male. Non è mai stato sospettato di essere un playboy, quando si innamora lo fa sul serio. Una volta si è perfino sposato con una terrorista dell’Ira, che poi muore in carcere. Dylan Dog è un sentimentale.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«L’eterna fidanzata fissa dell’eroe è un cliché molto abusato, volevo fare qualcosa di diverso. E soprattutto volevo che ogni volta fosse un “film” a sé, e in ogni film che si rispetti c’è sempre la storia d’amore. Amore, ripeto, non infatuazione: Dylan non è un farfallone, tutte le volte ci crede davvero.»
Tiziano Sclavi – “catalogo della XXXIX edizione della Mostra Internazionale dei Cartoonists di Rapallo”, 2011
«L’horror era tipicamente maschile, ma con Dylan Dog per la prima volta nella storia della Bonelli abbiamo acquistato un grosso pubblico femminile: ci siamo accorti che le lettere che arrivavano erano quasi per la metà di ragazze. Forse erano innamorate di Dylan Dog, e mi dispiace perché allora non erano innamorate di me!»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2004
«“Giuda Ballerino” era l’imprecazione, molto casta, di uno dei miei migliori amici da trent’anni a questa parte. Si chiama Gianluigi Gonano, giornalista (“Brava”, “L’Europeo”), tra i fondatori di “Gamma”, la prima rivista di fantascienza italiana, fumettaro (“Il commissario Spada” per “Il Giornalino”). Da parecchi anni è nello staff di Dylan come sceneggiatore. Non dice più “Giuda Ballerino”.»
Tiziano Sclavi – “Il Mucchio Selvaggio”, 2005
«Il maggiolino cabriolet è stata la mia prima auto, ci ho fatto centotrentamila chilometri e ci sono rimasto affezionato. L’ho cambiata perché l’ho venduta, appunto, a Dylan, e ormai fa parte della sua “divisa” come la giacca nera e le Clarks.»
Tiziano Sclavi – “La vita privata dei fumetti”, 2003
Paure
«Sono cresciuto in un paesino dove quando passava una macchina tutti si fermavano a guardarla, perché non succedeva mai niente. Fino a quattordici anni ho vissuto in un paesino in confronto a cui questa è una metropoli… ma veramente, quando passavano le macchine si fermavano! La gente si fermava e tutti i ragazzini guardavano le macchine: le “1100”, cioè passava una 1100…! E allora mi fa paura, anche questa ripetizione, questa… non so, mio papà era impiegato, era segretario comunale… mi fa paura anche la burocrazia, mi fa paura la ripetizione delle cose, la noia, il non senso, poi in realtà ci sono tantissime altre cose! Più che l’ignoto mi fa paura l’ignoranza! Però, va’ bèh, questo l’hanno detto altri prima di me, molto meglio!»
Tiziano Sclavi – “La lingua di Tiziano Sclavi ai confini fra fumetto e narrativa”, 2004
«Dico sempre che a sei anni avevo letto tutto Poe, ma forse esagero un poe (ecco, vede? È nata una battuta! È cretina, ma è una battuta). In realtà fin da bambino mi piacevano le storie che facevano paura, prima le fiabe e poi i romanzi e i racconti. Credo di aver letto pochissimi libri “per ragazzi”, e anche pochissimi “classici” (tipo i grandi romanzi russi). Quanto al libro che mi ha fatto più paura, ricordo che forse non ho mai finito il “Giro di vite” di James: leggevo a letto, la sera, e quel libro mi spaventava sul serio. Come del resto tutte le storie di fantasmi.»
Tiziano Sclavi – “Il Mattino”, 1999
«Per i film, sono uscito terrorizzato dal cinema per tre volte, a vedere “Zombi” di Romero (ma poi ho capito che era solo raccapriccio), “Suspiria” di Dario Argento e, ancora, “Rosemary’s baby” di Polanski. Se dovessi dare la palma di regista più spaventoso la darei comunque a Polanski. Oltre a “Rosemary’s baby”, “L’inquilino del terzo piano” (tratto da un meraviglioso piccolo romanzo di Roland Topor) è talmente inquietante da essere quasi insopportabile.»
Tiziano Sclavi – “La Provincia Pavese”, 2009
«Eh, no. Zombi e vampiri vanno bene, puoi dargli un pugno e via, ma il fantasma e’ da infarto! Non ci credo, ma il pensiero del fantasma e’ l’unica cosa che mi fa veramente paura. Ho un incubo fisso: io che mi sveglio di notte e vedo a capo del letto una donna vestita di nero, immobile e silenziosa. Se una mattina mi trovate morto d’infarto, sappiate che l’ho vista.»
Tiziano Sclavi – “Corriere della Sera”, 1998
«Sono un vigliacco militante. Ho paura di tutto, e anche del resto. Le cose che mi fanno orrore le può trovare sulla Treccani (l’edizione completa, non quella piccola). Qualche esempio a caso: sento un rumore, magari di notte, e cerco di convincermi che non era niente. Ma il gatto alza di scatto la testa, e guarda nella direzione del rumore, e sta lì a fissare per un’ora, con le orecchie dritte. Un’ora di orrore! Oppure i vicini di casa, come nell’“Inquilino del terzo piano”, il film di Roman Polanski tratto dal racconto di Topor. Oppure l’autorità, le divise di qualunque genere. Ultimamente sono stato derubato, ma non ho sporto denuncia: avevo paura che arrestassero me!»
Tiziano Sclavi – “Sette”, 1996
«Sono come Woody Allen, credo nel sesso e nel decesso. Dopotutto, l‘idea della morte aiuta a esorcizzare le paure: aiuta a vivere.»
Tiziano Sclavi – “Il Messaggero”, 1995
«Per molto tempo ho sognato molto e ho sfruttato le mie notti inquiete come materiale di lavoro. Appena sveglio, annotavo le immagini peggiori: così gli “effetti paura”, che ogni album doveva contenere, erano già pronti.»
Tiziano Sclavi – “Max”, 1999
«Se uno fa una storia horror qualcosa di orribile ci deve pur mettere dentro. L’importante è che non manchi mai un certo distacco, una certa ironia. Il successo del genere horror è basato su un elemento che tocca tutti, la paura. Tutti abbiamo paura. Paura di venire al mondo, paura dei genitori, del capufficio, paura della morte, paura di quello che non conosciamo… Ma, almeno a me, più che il sangue e la violenza fanno paura le storie di fantasmi. Quando al cinema vedo una scena “splatter”, sangue che schizza e tutto il resto, non mi spavento: mi diverto, perché so che è un trucco e voglio vedere come fanno tecnicamente a ottenere quell’effetto. Guardo le scene più orripilanti come si guarda il numero di un prestigiatore, cercando di scoprire il trucco.»
Tiziano Sclavi – “Nuova Società Civile”, 1995
Letteratura
«Amo Perec – “La vita istruzioni per l’uso” è uno dei grandi romanzi di questo secolo, accanto al “Processo” di Kafka e all’“Ulisse” di Joyce –, Buzzati, Topor. Ci sono poi autori che ho a lungo disprezzato come Stephen King, dai quali non mi sarei mai aspettato capolavori come “Misery”, “Unico indizio la luna piena” o “It” che secondo me è la divina commedia degli orrori. Non osservo gerarchie nella lettura, non ho generi prediletti. Negli scaffali della mia libreria si trovano uno accanto all’ altro Borges, Topolino, un giallo Mondadori, le opere di Archiloco, la storia del PCI e un romanzo di Urania. Leggo allo stesso modo in cui guardo la televisione, applicando lo zapping.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1991
«Sono troppi per poterli citare tutti. Dai classici dell’orrore a quelli sul cinema, da Poe a Kafka, da Buzzati a Ira Levin e Crichton, da Stephen King a John Grisham…»
Tiziano Sclavi – “Il Giorno”, 2016
«Trent’anni fa, quando proponevo i miei libri agli editori, mi sentivo dire: “Horror? Horror grottesco? Ma lei è matto! In Italia non funziona. Per l’umornero abbiamo l’antologia di Breton, che basta e avanza!”. Molto tempo dopo è arrivato Dylan, e i miei romanzi sono stati pubblicati. Posso essere megalomane? Anche se nessuno l’ha mai riconosciuto, i vari movimenti tipo “cannibali” eccettera senza di me non sarebbero mai esistiti. Rimane il fatto che l’horror è anglosassone, non sarà mai davvero italiano.»
Tiziano Sclavi – “Il Mucchio Selvaggio”, 2005
«Per me un libro nasce dal linguaggio e non viceversa; se lo trovi, hai trovato il romanzo.»
Tiziano Sclavi – “Corriere della Sera”, 1998
«Mi hanno detto: “Tu non sei uno scrittore, sei un letterato”. In effetti io non sono un narratore del genere di Stephen King o John Grisham: inventano persone e destini, e vanno avanti a cento pagine al giorno. A me interessa di più il linguaggio, la struttura. Nei miei romanzi, bene o male, ho sempre parlato di me. Nei fumetti invece mi diverto molto a inventare. Soprattutto i cattivi: sono fondamentali.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2004
«Leggo moltissimo e di tutto. Negli ultimi anni, gli autori che mi sono piaciuti di più sono Haruki Murakami (o Murakami Haruki, alla giapponese) e soprattutto Bret Easton Ellis: un grande del Novecento, e forse il maggior dialoghista di tutti i tempi. “American Psycho” e specialmente “Glamorama” sono già dei classici immortali.»
Tiziano Sclavi – “Il Mucchio Selvaggio”, 2005
«A un certo punto è come se si schiudesse un orizzonte. Quando ho letto “Mattatoio 5” ho creduto a un certo punto di essere Vonnegut. Non lo ero, d’ accordo, ma in quel momento avevo annullato la distanza tra letteratura e vita. E tutto il santo giorno stavo chiuso in casa a ripetermi: Io sono Vonnegut. La letteratura, la grande letteratura, è soprattutto delirio.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1991
«Harry Potter non lo leggerò mai! Odio il fantasy, ho letto qualche pagina e visto il film, ma appena ci sono scope che volano… Per lo stesso motivo ammiro King ma non leggo la serie della “Torre Nera”; né mi spiego la mania per il “Signore degli Anelli”: uno dei romanzi più brutti che io conosca.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2004
«Sa qual era la mia ambizione? La stessa che ho avuto di abolire l’odiosa divisione tra fumetto d’autore e fumetto popolare. Con i romanzi è la stessa cosa. Per me non ha senso la divisione tra una cultura bassa e una cultura alta. Pensi al Maus di Spiegelmann: è un fumetto che si mangia tutta la letteratura italiana contemporanea, me compreso. E allora dov’è la barriera? Non esiste.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2006
Fumetti
«Da bambino volevo disegnarli, i fumetti. Poi, dato che ho sempre amato molto il disegno, ho pensato bene di smettere. Credo che il vero stimolo per iniziare a scrivere sceneggiature sia arrivato leggendo “Linus”, la prima rivista che dava grande dignità e rilievo agli autori.»
Tiziano Sclavi – “Archivio Bonelli: Tiziano Sclavi”, 2013
«Linus, grazie al genio di Giovanni Gandini, è stata una svolta epocale. Per la prima volta i fumetti diventavano “opere”, non più storielle anonime. Opere di autori importanti. E per la prima volta, almeno per me, è nato il desiderio di partecipare a quella festa, di diventare autore anch’io.»
Tiziano Sclavi – “catalogo della XXXIX edizione della Mostra Internazionale dei Cartoonists di Rapallo”, 2011
«Per quanto riguarda i fumetti “storici” adoro la “linea chiara” belga (Tintin, Blake & Mortimer…), Asterix (e tutto ciò che ha scritto Goscinny), Jeff Hawke, Dick Tracy. Ma anche tanti altri. Ma forse il più bel fumetto che ho mai letto è un tale capolavoro che chiamarlo solo fumetto è riduttivo, come è riduttivo affermare che “2001 Odissea nello spazio” è solo un film, o che i “Buddenbrook” è solo un romanzo. Si tratta di opere d’arte e basta. E questa a fumetti è Maus di Art Spiegelman.»
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1996
Cinema
«Romero non è un grande regista, ma è uno dei pochissimi geni, nella storia, che ha creato un nuovo mito, i morti viventi (come Stevenson con Jekyll e Hyde, o Mary Shelley con Frankenstein)… Per Dario Argento vale il discorso di Romero, più o meno: lui non ha inventato un mito, ma un certo modo di fare cinema. Come nessun altro, è riuscito a entrare con la macchina da presa, in modo tecnicamente perfetto, negli incubi dei sospiri infernali.»
Tiziano Sclavi – “Sette”, 1996
«Dario Argento è stato un grande regista visionario, e lo dicono tutti, mica solo io. L’ho amato moltissimo. In un pomeriggio che abbiamo passato insieme quasi quarant’anni fa mi ha detto che “Suspiria” l’aveva girato tutto da strafatto. Io droghe mai, ma bevevo, e tantissima roba che ho scritto l’ho scritta da ubriaco. Il problema era che anche i lettori dovevano ubriacarsi prima di leggerle. Niente, era tanto per dire che il “visionario” va inteso spesso in senso letterale. Comunque credo che da Dario Argento sia nato il cinema giallo e horror contemporaneo.»
Tiziano Sclavi – “Tiziano Sclavi, il narratore dell’incubo”, 2017
«Oddìo, davanti a un plotone d’esecuzione, come film della mia vita sceglierei senz’altro “2001 Odissea nello spazio”. Ma tutti gli altri che magari ho visto quarantasei volte, come “E.T.”? No, no… Forse sarebbe più facile fare una lista di registi, ma correrei sempre il rischio di dimenticarne tanti.»
Tiziano Sclavi – “Il Mucchio Selvaggio”, 2005
«È difficile e forse ingiusto stilare una classifica. Dovrei lasciar fuori Trauffat, Rohmer, Hitchcock, De Palma, Chaplin, però… I registi che amo di più in assoluto sono Moretti e Kubrick. Sono perfetti. La simmetria di certe scene, il contrappunto delle battute, la freddezza con cui girano, me li fa mettere sullo stesso piano.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 2002
Musica
«Guccini e De André sono tra i maggiori poeti del Novecento. Non li conosco personalmente, ma sono tra i miei amici più cari: mi hanno dato tanto, non solo per il mio lavoro, ma per la mia vita.»
Tiziano Sclavi – “Sette”, 1996
«Comunque la musica mi piace moltissimo, tutta. Dal canto gregoriano all’heavy metal (oddio, non è che quest’ultimo mi “influenzerà negativamente?”).
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1996
«Tra l’altro, per i dischi stranieri, non mi ricordo neanche un titolo di un brano: li mettevo come sottofondo per scrivere.»
Tiziano Sclavi – “Il Mucchio Selvaggio”, 2005
«Per dire, me ne vengono in mente solo due, le più ascoltate: “The Night Of The Demon” dei Demon e “Sign Of The Cross” degli Iron Maiden. Di più non chiedetemi. Va un po’ meglio con i nomi delle band e dei singoli artisti. Tra i miei preferiti ci sono, oltre a Maiden e Demon, Metallica, Helloween, Yngwie Malmsteen, Manowar, Stratovarius, Nightwish, Rhapsody.»
Tiziano Sclavi – “Metal Hammer”, 2009
«Ascolto soprattutto musica classica del Sei-Settecento, con una predilezione per viola e violoncello solisti, e jazz (Chet Baker, Miles Davis, Keith Jarrett). Tra gli italiani amo molto anche Vecchioni e De Gregori, e mi piacevano Battisti e il primo Baglioni.»
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1996
Politica & società
«Le mie idee politiche personali, sono espresse chiaramente da un personaggio di “Le etichette delle camicie”: anarchico trotskista leninista stalinista nichilista individualista. Ma forse ho dimenticato qualcosa.»
Tiziano Sclavi – “Sette”, 1996
«Sono un anarchico che ha sempre, quando lo ha fatto, votato comunista. Ero innamorato di Berlinguer e del Sessantotto. Quegli anni lì, come dice Capanna, erano formidabili. Mi sento un ridicolo e nostalgico sessantottino.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«Ero per Berlinguer, finchè c’era: è stato una delle figure più grandi del Novecento, quand’e’ morto ho pianto. Però mi sentivo anarchico, avevo il mio amico Pietro Valpreda che mi diceva sempre: “Dai, vieni al Ponte della Ghisolfa che bruciamo le schede elettorali!”. Non ci andavo, perchè ho l’agorafobia e la demofobia, ma in fondo la pensavo come lui. Insomma, votavo PCI e non glielo dicevo, per non farlo arrabbiare. L’arrivo della Cosa mi ha liberato. Oggi non voto più.»
Tiziano Sclavi – “Corriere della Sera”, 1998
«C’era una parola terribile una volta, il “Sistema”. Indicava il Potere, in tutte le sue ramificazioni (o dovrei dire metastasi), appunto nella stampa, nella televisione, in un conformismo indotto e ipocrita. Oggi nessuno usa più questa parola: il Sistema ha vinto (spero una battaglia e non la guerra) ed è riuscito a cancellarla, sperando di cancellare così anche chi combatteva contro il Sistema.»
Tiziano Sclavi – “Tutto Musica & Spettacolo”, 1996
«Le cose cambiano. Se c’ è movimento. Ricordo una frase di Lichtenberg che dice: “Non posso dire se le cose saranno migliori quando cambieranno, ma so che devono cambiare se si vuole che siano migliori”, lo diceva nel Settecento, ma vale anche oggi.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«È più inferno una famigliola condannata al varietà televisivo o un corteo di squatter che a un funerale sfoga la sua rabbia su un gruppo di giornalisti? Non lo so. E poi leggo di rado i giornali, non guardo la televisione. Sono disinformato. Però provo un’istintiva simpatia per i perdenti, gli emarginati. Ricordo di aver scritto un “Dylan Dog” in cui una comunità di barboni e immigrati clandestini vivono nei sotterranei di Londra. Occupano perfino un cimitero. Scoppia una rivolta e loro cantano una canzone anarchica. La storia si svolge il 31 dicembre del 1999. Ecco, malgrado tutto io credo che la speranza non sia morta. Un bambino, dico in quella storia, può affrontare il Duemila e fare insieme agli altri un secolo migliore, combattendo se necessario, ribellandosi, magari credendo assurdamente a un’utopia che è la grande morta di questo secolo.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«I tempi e il mondo cambiano, sì, ma in piccole cose: sono arrivati i computer, i Dvd, i telefonini, ma del crollo del comunismo, per fare un esempio, non si è mai parlato… o si? Non mi ricordo se è “passata” una battuta di Groucho che dice: “Ma se il comunismo è morto, com’è che i poveri ci sono ancora?”»
Tiziano Sclavi – “Scuola di Fumetto”, 2006
«Conosco poco le città, non esco quasi mai di casa. Cinisello Balsamo per me è già estero. Però è vero, Milano, la città dove vivo, non è mai stata così brutta. La gente manca di solidarietà, di gentilezza. Forse è un tratto tipico delle metropoli. Se fossi un dittatore fucilerei tutti coloro che non sono gentili. Mi danno fastidio i soprusi. Tutto il sistema è concepito contro i cittadini, mentre dovrebbe essere al loro servizio. Basta che uno abbia un minimo di potere e ce l’hai contro. Allora, non sarebbe meglio eliminare il potere?»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«Il Novecento è stato il secolo più orribile, perché abbiamo avuto tutto il peggio: due guerre mondiali, Hitler, Stalin, gli orrori dell’Olocausto, Pinochet, l’Aids, la televisione. È stato un secolo disastroso.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
«C’ è grandezza anche nel fallimento. La Rivoluzione francese non ha fallito forse? Ma senza di essa il mondo sarebbe stato diverso.»
Tiziano Sclavi – “La Repubblica”, 1998
