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Umberto Eco intervista Tiziano Sclavi

Umberto Eco: E’ ovvio che in una società in cui tutti fossero iscritti al Cicap, ogni racconto di H. P. Lovecraft verrebbe preso allo stesso modo in cui io colleziono i più raffinati testi alchemici senza crederci affatto… Ma oggi, in un clima di new age imperante, appena qualcuno parla di alchimia, si trova subito chi è disposto a crederci…
Qui però devo porre una questione che per me è problematica… Non per far polemica con Sclavi e Kubrick, ma perché è un dilemma che mi pongo come esperto di comunicazione… La questione se i mass media possano indurre alla violenza è vecchissima; i primi studi risalgono agli anni Sessanta – io già ne parlavo in “Apocalittici e integrati” – e sembra che la conclusione più ragionevole raggiunta all’epoca fosse la seguente: lo spettacolo della violenza induce alla violenza solo in contesti socio-familiari particolarmente difficili, mentre non ha effetti ansiogeni in soggetti che vivono in famiglie equilibrate… Benissimo… Uno psicologo del cinema, Gilbert Cohen-Sèat, mi ha raccontato di aver visto solo una volta, in tutta la sua vita, un bambino completamente nevrotizzato dalla visione di un film, al punto da finire sotto cura psichiatrica… e il film era “Biancaneve e i sette nani…”
Questo mi ha fatto riflettere moltissimo: è naturale che i western degli anni Sessanta, con diecimila indiani morti, non potevano avere nessun effetto, perché il morto cadeva sempre da lontano: non c’era un rapporto diretto tra chi sparava, la pallottola e la caduta… E oserei dire che nemmeno lo splatter più truculento, quello in cui uno infila un coltello nella pancia di un altro, facendone fuoriuscire le budella, con il sangue che sprizza dal naso e dagli occhi, può indurre qualcuno alla violenza, tanto è disgustoso… Secondo me, i film più pericolosi per i giovani sono quelli della serie di Tom & Jerry, quelli in cui qualcuno cade trentesimo piano di un grattacielo, si frantuma in diecimila pezzi e subito dopo si ricompone…
Noi siamo qui di fronte a un fenomeno storico: la mia generazione è l’ultima che ha visto i morti dal vero, per i bombardamenti, per le sparatorie durante la Resistenza… Io li ho visti i morti, ho visto la gente con un buco nella nuca e il cervello che usciva dall’altra parte… Oggi ci troviamo di fronte a una generazione che i morti non li ha visti, come non ha visto i cavalli o le vacche: è risaputo che un’inchiesta tra i giovani americani ha rivelato l’opinione diffusa che il latte fosse un prodotto artificiale, come la Coca-Cola… Trovare un bambino che ha visto un morto ammazzato è piuttosto raro: perciò, quello che rende pericoloso lo splatter non è l’invito all’emulazione – credo che sia molto difficile vedere un film e farsi venire la voglia di andare a piantare un coltello nella pancia di qualcun altro – bensì il possibile effetto di ottundimento dell’orrore per la morte, il credere che la morte sia virtuale… Credo che si sia bisogno, per i giovani, di una nuova “educazione alla morte”, affinché non se ne perda il senso… Ma in ogni caso è qui che oggi nasce il problema morale del raccontare la morte.
Chi raccontava di un grande massacro ai tempi della Chanson de Roland o dell’Orlando furioso, raccontava di una cosa che la gente vedeva tutti i giorni, quindi sapeva di cosa parlava. Perciò quando il Pulci, nel Morgante, diceva: “e fessel tutto come un cacio cotto”, scherzava sì, ma su una cosa che la gente aveva anche visto! Dire una cosa del genere, oggi, è scherzare su qualcosa che i giovani non hanno visto… Devo ammettere che non ho una teoria morale in proposito, ma solo inquietudini, che comunque riguardano sia Lei, Sclavi, sia me, visto che a entrambi capita di raccontare di un massacro o di una morte tremenda…

Tiziano Sclavi: Anch’io ho visto “Biancaneve e i sette nani” da bambino: ero in casa da solo e sono scappato fuori per strada a cercare i miei amici, che mi stessero vicino perché avevo paura… Odio Walt Disney sopra ogni altra cosa… In ogni caso, penso che romanzi, film, fumetti e videogiochi di contenuto violento siano liberatori, perché fanno vedere il morto ammazzato senza che questo sia vero… Lei mi dice di aver visto i morti e io non la invidio… Io ho visto all’obitorio un morto di morte naturale e a momenti portavano via me in barella!
Ciò che rende virtuale l’orrore non sono i film o i fumetti, ma i programmi televisivi come “Carramba che sorpresa!”, “Stranamore” e tutte le altre trasmissioni di questo genere… I ragazzi che hanno ucciso gettando i sassi dal cavalcavia non si ispiravano a Dylan Dog, ma a programmi di questo tipo! Io credo che quei ragazzi pensassero di diventare gli ospiti d’onore di una trasmissione televisiva e che la vittima poi li avrebbe raggiunti in studio per un abbraccio finale…

Umberto Eco: E’ una risposta che non mi dispiace…

Cristina Sclavi: Io vorrei inserirmi e fare una considerazione da lettrice… Io ero ossessionata, come credo molti adolescenti, dal problema della morte e ho scritto una lettera a Tiziano, che già conoscevo per vie indirette. Il problema allora era trovare uno spazio in cui si potesse parlare della morte, perché ciò che dice Lei, professor Eco, è verissimo, ma non solo in riferimento ai morti ammazzati, perché la nostra generazione ha avuto un “difetto di morte”, è una generazione che non crede più alla morte, che crede che Tom & Jerry si rialzino sempre. E questo vale anche per il crack, per l’anoressia, per gli incidenti stradali: uno non crede più di morire. Anche la ritualità che accompagnava e rendeva la morte pensabile, che legittimava un tempo per l’elaborazione del lutto è scomparsa: i morti vengono portati via in pochissimo tempo, non ci sono più le veglie funebri…
Invece io e gran parte dei lettori di Tiziano siamo persone che si interrogano sul senso della morte, perché è qualcosa che non si può escludere dal proprio orizzonte, ma che vivono in un contesto sociale che non fornisce risposte, che elude e nasconde il problema. Uno spazio specifico come Dylan Dog dove della morte si parlava, era strano: era un’occasione quasi “magica” di cui approfittare per approfondire gli aspetti più intimi della paura, della speranza, del trascendente, era uno spazio in cui il problema veniva affrontato in maniera così esplosiva ed eclatante che non si poteva far finta che non ci fosse (potendone anche ridere, però)! A me non pareva vero di aver trovato un interlocutore sul tema della morte… E così gli ho telefonato, ci siamo conosciuti… e ci siamo sposati!

Umberto Eco: Sposati all’ombra della morte!

Cristina Sclavi: All’ombra della morte abbiamo trovato la vita. Non è male…

Umberto Eco: Adesso una domanda cattiva a Sclavi: perché quando intervengono nel testo delle ballate, queste sono così discutibili metricamente? Siccome ci vorrebbe pochissimo per renderle corrette dal punti di vista metrico, è chiaro che non può essere incapacità, ma intenzione… Qual è l’intenzione?…

Tiziano Sclavi: Io non ho mai scritto poesie, ma solo canzoni e le canzoni vogliono una musica… Le ballate di Dylan Dog, come altre che ho scritto, hanno tutte una loro musica e se si cantano sono metricamente perfette…

Umberto Eco: E va bene, ma io la musica come faccio a conoscerla?! Dovrebbe allegare un Cd agli albi!

Tiziano Sclavi: Eh, ci si potrebbe pensare…

Umberto Eco: Va bene, questa domanda era per dimostrare che non sono stato pagato per condurre un dialogo conciliante e almeno una cosa cattiva l’ho detta…

Tiziano Sclavi: Allora adesso una domanda gliela faccio io… Ma Lei che fumetti leggeva?

Umberto Eco: Io nasco con Mandrake, Flash Gordon, Jacovitti, Dick Fulmine… Sono di quella generazione… Già Gim Toro era secondario e Tex non l’ho mai letto perché è uscito in un’epoca in cui io non leggevo più e non leggevo ancora fumetti, ovvero smetto di leggerli negli anni Cinquanta e ricomincio negli anni Settanta…

Tiziano Sclavi: E perché le piace Dylan Dog?

Umberto Eco nei panni del professor Humbert Coe in una vignetta dall’albo n. 136 di Dylan Dog, “Lassù qualcuno di chiama” (testi di Tiziano Sclavi e disegni di Bruno Brindisi).

Umberto Eco: Il mio modello è un personaggio di Hugo Pratt – un dàncalo o un eritreo, non ricordo più bene – che faceva cose stranissime e alla domanda che gli veniva rivolta: “Perché fai questo?”, lui rispondeva: “Perché tale è il mio piacere”… Mi sembra una risposta inattaccabile… A me piace Dylan Dog perché di solito è disegnato bene, per le sue continue strizzate d’occhio, mi piace perché io sono convinto di sapere tutte le barzellette del mondo e non riesco a capire come mai Groucho ne sa sempre una più di me… A proposito, dove le va a prendere? Non è controllabile da nessun essere umano una tale quantità di battute…

Tiziano Sclavi: Per quanto è possibile le invento io; anzi, soprattutto negli ultimi tempi mi sforzo affinché siano solamente inventate… A volte per una sola battuta di Groucho mi ci vuole un giorno intero, il che è una follia… E poi naturalmente ho la più grande biblioteca di raccolte di barzellette che esista…

Umberto Eco: Adesso, Sclavi, Le faccio davvero l’ultima domanda… Lei deve scegliere: entro l’anno Tremila ci sarà una catastrofe atomica, ma la civiltà che verrà sarà più o meno come la nostra. Preferisce che sopravvivano gli albi di Dylan Dog o le sceneggiature scritte di suo pugno?

Tiziano Sclavi: Sì, ma la Divina Commedia rimane, però…

Umberto Eco: Sì, sì…

Tiziano Sclavi: Allora scelgo gli albi… Una volta pubblicato l’albo, la sceneggiatura si butta via, non può vivere per conto suo… Tra l’altro, mi sembra doveroso ricordare che un albo è mio (o dello sceneggiatore di turno, visto che non li scrivo certo tutti io) solo per un terzo: come la maggior parte dei fumetti, Dylan Dog è un’opera collettiva, e il merito va diviso in parti uguali tra lo sceneggiatore, il disegnatore e la redazione. Che poi nel dopobomba resti un albo di Dylan Dog mi pare quindi anche un omaggio e un ringraziamento a tutte queste persone… Poi, non oso dirlo, ma mi piacerebbe che si salvasse almeno un mio romanzo…

(Intervista tratta da “Dylan Dog - Indocili sentimenti, arcane paure”, Euresis edizioni, 1998)

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