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Umberto Eco intervista Tiziano Sclavi

Umberto Eco: Che poi è un principio fondamentale di ogni operazione artistica…

Tiziano Sclavi: Certo, perciò, dalle prime storie in cui era presente questo schema, ci si è mossi man mano verso il surreale e il misterioso… Questo cammino verso il surreale ha assunto connotazioni diverse per i primi sessanta numeri circa si è trattato di un surreale/horror o splatter… Poi mi sono annoiato dello splatter, quindi ultimamente di horror c’è ben poco: il tono della serie è surreale/romantico o quello della sophisticated comedy, virata al surreale… Il mio sogno è sempre stato quello di fondere i generi: perciò l’idea di mettere insieme Ernst Lubitsch, Neil Simon e il George Romero di “Zombi” mi diverte moltissimo. Far parlare i personaggi come fa Neil Simon, ma in un contesto horror… Che meraviglia!

Umberto Eco: Non crede che questi discorsi di poetica o “storia e psicologia dell’autore” rischino di essere solipsisti? Dico questo perché la struttura editoriale e di distribuzione è tale che io, persona normale, non sono in grado di capire qual è il Dylan Dog di tre anni fa o quello di domani, ma compro in edicola il primo che mi capita; quindi questa curva che va dallo splatter al romantico mi è del tutto estranea, perché oggi leggo un episodio splatter e domani uno romantico… Come può un autore sopportare questo fatto “imbarazzante”, legato soprattutto alla serialità?
Glielo chiedo perché questo fenomeno di “confusione temporale”, di “inversione causa/effetto” può capitare persino per un singolo libro: a me è capitato che qualcuno sia andato il libreria e, vedendo “Il nome della rosa”, abbia detto: “Oh! Hanno già tratto il romanzo dal film! Allora lo compro…”. Figuriamoci dunque per delle pubblicazioni mensili, che, con le ristampe, finiscono col diventare settimanali! A ben guardare questo è poi lo stesso problema degli autori di Colombo o di L’ispettore Derrick perché l’episodio che è stato scritto prima, magari viene trasmesso dopo e viceversa e, tranne i fan più accaniti, nessuno tiene conto di una possibile evoluzione…

Tiziano Sclavi: Non credo che sia questo il caso dei lettori di Dylan Dog: penso che loro abbiano ben presente l’evoluzione della serie; soprattutto perché sono dei lettori fedeli… All’inizio erano in pochi, circa cinquantamila e ancora adesso, per la verità, c’è chi rimpiange quei tempi…

Umberto Eco: E poi i lettori quanti sono diventati?

Tiziano Sclavi: Eh! Abbiamo raggiunto il mezzo milione di copie, senza contare le ristampe; anche se adesso, a causa della crisi che colpisce l’intero mondo dell’editoria, ci siamo assestati sulle trecentocinquantamila copie… In ogni caso, quasi tutti i lettori comprano Dylan Dog ogni mese, perciò il nostro compito diventa proprio quello di “spiazzarli” in questa loro fedeltà, ovvero mantenere le caratteristiche dei vari personaggi e invece modificare la struttura della storia. Procedimento, questo, non applicabile, per esempio, a Colombo, la cui struttura narrativa non è modificabile… Dylan Dog, invece, ha dovuto rompere, a un certo punto della sua vita editoriale, questo schema prologo-indagine-soluzione apparente ribaltamento finale per non annoiare i lettori…

Umberto Eco: Questa evoluzione della serie corrisponde a un calcolo commerciale – ovvero la proposta viene variata secondo le richieste del pubblico – o dipende anche da una trasformazione interiore? Dico questo perché io sono un collezionista di libri antichi che riguardano l’alchimia e le questioni magiche, ma sono un collezionista “ateo”, che non crede nelle cose che colleziona; anzi le colleziono proprio perché amo collezionare cose false. Naturalmente ho rapporti con librai antiquari specializzati in questo argomenti e una volta ho chiesto a uno di loro: “Ma Lei crede in quello che vende?”, e lui mi ha risposto: “All’inizio no, ma… Ma, sa, continuando ad avere un certo tipo di clientela, continuando a leggere un certo tipo di testi, frequentando un certo ambiente, devo dire di sì… Ora ci credo un po’ di più…”. Allora, Sclavi, Lei crede nell’occulto di cui scrive?

Tiziano Sclavi: No. Anzi, viene detto esplicitamente, e nell’ultimo periodo è stato ripetuto più volte, che l’occulto, il misterioso, il demoniaco vanno benissimo per le opere di fantasia, ma che la realtà è ben altra cosa… Anzi, nella serie ho inserito un personaggio, il professor Adam, che è un po’ il simbolo del Cicap, di cui sia che io che Lei facciamo parte.
Se devo fare un’eccezione, la faccio per gli Ufo: non ci credo, ma ci spero. Tutto il resto è accettabilissimo nelle storie di fantasmi, non certo se serve per spillare soldi alla gente, come nel caso dei “maghi” a pagamento, dei “guaritori”, degli “esorcisti”, dei falsi “soggetti Esp” e via dicendo…

Umberto Eco: Ma allora Lei mi spinge a farle una domanda molto imbarazzante, perché mette in gioco dei criteri etico-morali all’interno del discorso letterario. È certamente vero che finchè un narratore scrive per trecento lettori può anche fare l’elogio dell’oppio, ma se improvvisamente si trovasse a essere letto da dieci milioni di lettori, forse potrebbe avere un problema morale. Io ho iniziato a scrivere su “L’Espresso” quando era un foglione con ottantamila lettori radical-chic e facevo dell’ironia; quando “L’Espresso” è diventato un tabloid e il numero dei lettori è aumentato enormemente, ho capito che se facevo dell’ironia, questi nuovi lettori non mi avrebbero capito più; e questo mi ha posto dei seri problemi di coscienza. Ecco, vivendo in un’epoca di new age trionfante, e non potendo avere il “vantaggio” di essere un autore per trecento lettori, non le nasce il problema che quello che Lei scrive da iscritto al Cicap, con taglio ironico, sia per un considerevole numero di lettori una sorta di invito all’irrazionale?
È un problema che ho avuto io scrivendo “Il pendolo di Foucalt”, che credevo di essere apertamente un romanzo grottesco sull’irrazionale e mi sono ritrovato a ricevere lettere di persone che l’hanno preso sul serio… Se è successo a me con un numero di lettori più ridotto e non di età adolescenziale – mentre a Lei va riconosciuta una readership che va dal professore universitario accademico dei Lincei al ragazzino di terza media – non si è mai posto questo problema tanto serio da togliere il sonno?

Tiziano Sclavi: Mi sono posto un problema morale di altro tipo, ma analogo e che riguarda la violenza…

Umberto Eco: Sì, ma questo è un altro problema… Se uno massacra i genitori, tutti i giornali ci dicono che ha fatto male. Invece nessuno avverte la gente che è male credere al Graal, anzi molti ci fanno i soldi dicendo che è bene. Eppure è da queste fantasie che possono nascere i più bassi istinti, dalla messa nera alla svastica.

Tiziano Sclavi: Noi, intesi come redazione di Dylan Dog, siamo innanzitutto molto onesti. Nelle rubriche e spesso nel fumetto stesso citiamo sempre le nostre fonti. Se copiamo o ci ispiriamo – in realtà copiamo spudoratamente… - lo diciamo sempre…

Tiziano Sclavi con Umberto Eco in un disegno di Bruno Brindisi.


Umberto Eco: Ma la citazione della fonte può essere intesa come attestato di verità e non come pagamento di un debito! Ovvero, Lei che cita la fonte paga un debito, ma quello che legge, vedendo la fonte, pensa: “allora è vero…”. Che è poi quello che succede spesso con Martin Mystère di Alfredo Castelli, che, riportando le sue fonti, da un lato può voler dire: “dico una balla, e la copio da questo…” e dall’altro può voler dire: “è assolutamente vero, perché l’ha detto quello…”

Tiziano Sclavi: Ma questo perché Castelli cita saggi “storici”, per quanto sui generis, mentre io cito altre opere di finzione, per cui il gioco è abbastanza scoperto… Devo anche dire che il pubblico di Dylan Dog è un pubblico di cultura medio-alta…

Umberto Eco: Ecco, questo mi interessa saperlo… Non ci sono tra i lettori di Dylan Dog i ragazzini che credono veramente nell’esistenza dei morti viventi?

Tiziano Sclavi: No, o almeno lo credo, e lo spero. Io dico sempre che, per un colpo di fortuna, Dylan Dog ha intercettato miracolosamente gente che sta al gioco… D’altronde è un fumetto impossibile da leggere per un pubblico di scarsa cultura o che si lascia influenzare… Perché è difficile, complesso, con alcune storie al limite della comprensibilità…

Umberto Eco: Se questi quattrocentomila lettori sono, come dice Lei, di cultura medio-alta, allora nasce il problema del double coding… Lei sa che una delle caratteristiche principali del post-moderno è proprio quella della possibilità di un doppio livello di lettura: di fronte a testi infarciti di citazioni e rimandi ad altri testi, il lettore ingenuo legge senza scoprire le citazioni, mentre quello di secondo livello prova piacere nella “caccia alla citazione”… Dylan Dog è un esempio eminente di double coding e lo dicono i saggi pubblicati in questo stesso volume. A questo proposito, ho trovato, nel saggio di Ostini, quella bellissima intuizione secondo cui le citazioni metalinguistiche sono paragonabili agli zombi che risorgono dalle narrazioni precedenti. Tutta la teoria della narrativa contemporanea come continua citazione, ma nessuno aveva mai legato la citazione al ritorno degli zombi… Essendo da un lato Dylan Dog un esempio di citazionismo a oltranza e dall’altro di “zombismo” a oltranza, i due elementi vengono così collegati… Mi sembra un’idea geniale…

Tiziano Sclavi: E’ un’idea che è piaciuta molto anche me… Senza contare che, sia nel mio romanzo “Dellamorte Dellamore” che nel film che è stato tratto, i morti viventi non si chiamano “zombi”, ma “ritornanti”…

Umberto Eco: D’accordo… Perciò tutti quelli che leggono Dylan Dog a un livello superiore fanno parte di una sorta di “club” e va bene – tutt’al più si può fare la gara per scoprire chi fra loro ha scoperto il riferimento al tal film del 1618… un film girato da Madre Coraggio durante la Guerra dei Trent’anni… Ma quelli che leggono solo il primo livello quanti sono? Crede davvero che siano così pochi?

Tiziano Sclavi: Io credo di sì, anche se si tratta in fondo di una sensazione, non abbiamo mai fatto indagini di mercato o simili…

Umberto Eco: Eh, ma si tratta di un problema ideologico-morale molto serio per Lei che è un autore di tale successo…

Tiziano Sclavi: Lo so, ma tutto è un problema morale… Quando vendevamo cinquantamila copie, io scrivevo così, come mi veniva, mettendoci dentro di tutto… Quando poi il fenomeno è esploso e mi sono trovato di fronte a punte di seicentomila acquirenti (che vuol dire una stima di un milione e ottocentomila lettori!) io mi sono sentito una grande responsabilità sulle spalle. All’improvviso ho cominciato a misurare tutte le parole…

Umberto Eco: Quindi il problema è sorto…

Tiziano Sclavi: Certo, ed era un problema di grande responsabilità, soprattutto qualitativa, che è quella di dare sempre il meglio a questi lettori che sono così fedeli e così numerosi… I primi cinquantamila affezionati magari una storia non proprio riuscita me la perdonavano… Ma le altre centinaia di migliaia?
Per quanto riguarda il problema morale della scrittura, io penso che l’influenza che un fumetto o un film possono avere sulla realtà sia assolutamente nulla… Posso citare una frase di Stanley Kubrick recentemente tornata di attualità… All’uscita di “Arancia Meccanica” hanno posto a Kubrick il problema di una possibile emulazione da parte dei giovani di quanto visto sullo schermo; e lui ha risposto che nemmeno con la suggestione post-ipnotica si può costringere qualcuno a fare ciò che è contro la sua natura…
Se uno strangola la nonna, significa che è nella sua natura; vedere un film, sentire l’heavy-metal o leggere Dylan Dog non può nemmeno rappresentare l’occasione che stimola la violenza: rifiuto totalmente questo genere di responsabilità, anche sulla base di fior di sentenze di tribunale. A questo proposito, in un numero della rivista del Cicap è stato pubblicato un articolo sulla supposta influenza dei messaggi subliminali, con annesso il testo di una sentenza di un giudice statunitense in un processo a due ragazzi accusati di un grave fatto di sangue. L’accusa aveva tirato in ballo un gruppo di rock satanico, ipotizzando una loro possibile influenza, ma il giudice ha rifiutato questa chiamata in causa, puntando invece l’indice sulla società e sull’ambiente familiare in cui erano cresciuti i due ragazzi, vere cause scatenanti della violenza.

(Continua…)

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