Il Lungo Addio

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…e lunghe ore a ingannarci così
a dire lui e lei, sempre gli altri,
e i palliativi sono sempre tanti
per non ammettere che siamo qui.
E Charlie Brown e Mafalda e la scuola
storie un po’ vere, a volte inventate,
nei pomeriggi d’inverno e d’estate,
di strani voli su di una parola.

Quando cantavo plasir d’amour,
tu mi guardavi e ridevi più forte:
non lo capivi che ti facevo la corte
o forse capivi e la furba eri tu.
E mi hai sospeso su un filo di lana
e mi ci terrai ancora per molto,
giovane amore, fiore non colto,
o forse sì, ma da un’altra mano.

E chi lo sa se anche tu mi vuoi bene,
a volte credo di esserne certo,
a volte invece mi sembra tutto uno scherzo:
fuggono gli occhi come falene.
Amica mia sorella speranza,
quello che vuoi io non ti dirò,
quello che voglio non sentirò,
quello che c’è dietro l’indifferenza.

E tutto è morto e tutto è ancor vivo
e solamente tutto è cambiato,
quello che provo l’ho sempre provato,
e credo ancora in ciò in cui credevo.
E il fiocco nero è l’unica cosa
che mi è rimasta con la malinconia,
ma insieme a questa stanca anarchia
vorrei anche te amica mia.

Ma dimmi tu, non è meglio così?
Immaginare ed illudersi sempre,
qui ad aspettare qualcosa o niente,
qui ad aspettare un no o un sì,
che in ogni caso sarebbero la fine
di tutto questo che almeno è un ricordo,
così studiato giorno per giorno,
fatto di tanti cristalli di brina.
Tiziano Sclavi – Dylan Dog n. 74, “Il lungo addio”, 1992

Illustrazione di Carlo Ambrosini.

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